Funerale Mazzola, il discorso di Marotta: “Un prodigio che la logica non spiegava”
“Mi emoziona molto essere qui, con tutti voi e con chi non ha potuto prendere parte alla cerimonia”. Beppe Marotta, presidente dell’Inter, ha parlato durante il funerale di Sandro Mazzola: “Siamo tantissimi, testimonia l’affetto per Sandro Mazzola. Aveva deciso di entrare in questa famiglia e ci è rimasto per 17 stagioni.
Una dimostrazione di senso di appartenenza, una storia che non finì con la fine della sua carriera da calciatore, perché non lasciò l’Inter ma rimase da dirigente. Aveva sei anni quando perse suo padre Valentino, un nome pesante. Onorò quell’eredità senza rimanere figlio di suo padre, ma diventando se stesso. Quando il presidente Moratti gli diede il primo stipendio, lo portò a sua madre, dicendo che erano tanti soldi e forse si erano sbagliati. Con la Grande Inter scrisse la leggenda. Quella squadra non vinceva soltanto, cambiava la storia del calcio: lui ne era il volto e il talento. La forza di quella Inter non stava nel talento, ma nel legame che Angelo Moratti aveva saputo creare. Sandro lo sapeva. Nella sua Inter il noi veniva sempre prima dell’io ed essere squadra veniva prima di vincere. Ai ruoli preferiva il talento e agli schemi la fantasia.
Non aveva il fisico da fuoriclasse, né la postura: era un prodigio che la logica non sa spiegare. Un mingherlino che teneva lo sguardo di compagni e avversari. A vent’anni giocò il suo primo derby con il Milan, segnò dopo appena 13 giorni. Divenne la sua partita, e la rivalità con Rivera sapeva di amicizia e di rispetto. Fu, soprattutto, un uomo umile: nel 2024, quando l’Inter conquistò la stella, aveva una storia che poteva permettergli di vivere in qualsiasi modo quella storia, invece la visse come ogni tifoso.
Ha vinto tutto e si emozionava ancora come un ragazzo: era il segreto della sua grandezza. A maggio tornò sul campo di San Siro con i compagni della sua prima stella e il popolo dell’Inter lo accolse come uno di casa. Non era solo un monumento ma uno di famiglia: ci lascia la lealtà di una sola maglia e l’umiltà di trasformare il dolore in forza. Custodire e trasmettere la sua memoria è il nostro peso: un club non è grande per i trofei che conquista, ma per quello che riesce a tramandare. La memoria è una lezione da trasmettere ai ragazzi del settore giovanile: da Sandro dovranno imparare l’umiltà e il sacrificio. I campioni passano, gli esempi restano. I suoi valori rimarranno ogni volta che un ragazzo continuerà a giocare seguendoli”.






