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Il Modena dei miracoli, nel mito con l'Albania: la storia di Gianni De Biasi

Daniele Petroselli
autore
Daniele Petroselli
Oggi alle 19:00Storie di Calcio
30.10.2026 19:00Storie di Calcio
FotoTUTTOmercatoWEB
© foto di Carmelo Imbesi/Image Sport
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Storie di Calcio
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Ci sono allenatori che costruiscono la propria carriera con i club, su panchine prestigiose o in altre dove ottengono promozioni importanti, ma ci sono anche quelli, e sono pochi, che riescono a cambiare il destino di una nazionale e diventare parte della storia di un Paese. E uno di questi è Gianni De Biasi, protagonista di Storie di Calcio, trasmissione della radio di Tuttomercatoweb.com, condotta da Francesco Tringali.

Cresciuto nel Treviso dove colleziona le prime 25 presenze da professionista e trascorsa una stagione nell'Inter senza giocare partite, esordì in Serie A nel corso del campionato 1977-1978 con la maglia del Pescara con la quale a fine anno avrà collezionato 24 presenze senza reti. Poi ha vestito le maglie di Brescia (171 presenze e 13 reti dal 1978 al 1983), Palermo (105 presenze e 7 reti dal 1983 al 1986), Vicenza e di nuovo Treviso, prima di chiudere la carriera nel 1990 al Bassano Virtus.

Poi nello stesso anno, De Biasi inizia ad allenare le giovanili proprio nelle file del Bassano e poi in quelle del Vicenza (Allievi Nazionali). La prima esperienza di allenatore di una prima squadra è alla Vastese, con la quale conquista subito un sesto posto in Serie C2 nel 1992-1993. E da quel momento è una lunga cavalcata, che lo porta, tra le altre, al Cosenza, poi Spal, Modena (che in soli due anni riesce a portare dalla Serie C1 alla Serie A, vincendo il Premio Panchina d'Argento), il Brescia (dove si 'gode' l'ultimo anno di Roberto Baggio), a cui fa seguito l'esperienza al Torino, inframezzata da quella in Spagna al Levante, infine l'Udinese. Poi dal 2011 al 2017 l'esperienza come ct dell'Albania, che conduce alla prima qualificazione nella sua storia alla fase finale di un Europeo di calcio (nel 2016), oltre a quella con l'Azerbaigian.

"E' un'immagine di serietà e dedizione al lavoro, senza trascurare i rapporti umani con le varie persone incontrate. Parto da un paesino vicino a Treviso, però la mia strada è stata un inseguire un'autoaffermazione, cercando di adoperare il calcio e creandomi un percorso importante. Sono riuscito a debuttare a Treviso e da lì mi ha messo gli occhi addosso l'Inter e andai a Milano. Feci il ritiro in camera con Mazzola, che per un ragazzino di provincia era incredibile. Da lì poi andai alla Reggiana, il Pescara in Serie A, poi il Brescia, il Palermo, prima di fare l'ultima parte di carriera". E su Mazzola ha aggiunto: "Qualcuno può pensare che fosse una gioia, ma per me era una tortura. Facevo fatica a parlare, non sapevo cosa dire, a volte facevo scena muta e per lui non ero di sicuro il compagno ideale nei ritiri. Cosa mi ha dato? La serietà, come comportarmi in campo e fuori. Poi dalle persone cerchi di rubare senza fare domande, vedendo come si allenano, quanto mangiano, come si riposano. E io cercavo di imparare da lui".

Mentre sul suo passaggio in panchina, De Biasi ha raccontato: "Ho sempre fatto negli ultimi anni di carriera il capitano, dentro lo spogliatoio mi sentivo uno che poteva avere l'esperienza per dare dei suggerimenti ai compagni. Credo che già mi sentissi tecnico dentro. A fine carriera cercavo di rubare dai miei allenatori, mi segnavo gli allenamenti che facevo, tutte le cose utili per una carriera futura. Poi a Bassano l'ultimo anno da dilettante mi diedero l'opportunità di cominciare dagli Allievi. E da lì poi andai al Vicenza, facendo ulteriore esperienza. Poi partii come tecnico vero con la Vastese in Serie C, ottenendo risultati ottimi".

Da quel momento un'ascesa fino alla Serie A: "Venni esonerato a Cosenza, passai alla C2 con la Spal e non andai bene. Mi accordai con il Modena e fu una fortuna, perché andammo in tre anni in Serie A, una vera impresa. E mi contattò così il Brescia, contando sulla mia voglia di lavorare e stupire. E dove incrociai Roberto Baggio. Era un gruppo di giocatori di buonissima qualità, Roby era fuori concorso perché li batteva tutti, nonostante i problemi alle ginocchia. Era innamorato del calcio, giocare era un divertimento e i dolori passavano sempre in secondo piano. Quell'anno fece 10 gol e 12 assist, fu ancora incredibile. Poi rimasi un altro anno a Brescia, ma senza Baggio e altri elementi importanti, senza investimenti, alla fine non andò bene. Roby era bravissimo, una persona umilissima, non faceva pesare il suo carisma. Noi andavamo negli alberghi e c'erano sempre centinaia di giapponesi che lo volevano incontrare". 

E ha continuato parlando dell'esperienza in Albania: "Ebbi un'esperienza deludente all'Udinese, e dissi di non voler più lavorare in Italia. E mi arrivò l'offerta da parte dell'Albania. Andai a Milano per incontrare i dirigenti. Un giornalista mi disse poi che mi avevano scelto, ma io non me la sentivo. C'era il Lecce che mi voleva in Serie A, ma mi sarei rimangiato la parola. Alla fine ci accordammo e cominciai la mia avventura da ct. Sono arrivato in un momento di ricambio generazionale. Sono andato alla cieca ma volevo rimettermi in pista. Nel primo biennio facemmo discretamente bene, poi nel secondo biennio riuscimmo ad alzare il livello. Riuscii a portare in nazionale i kosovari, che ancora non erano riconosciuti dalla FIFA. Siamo cresciuti come quantità e qualità, sono riuscito a instaurare nella loro testa che fosse possibile il miracolo, culminato con la qualificazione a Euro 2016".

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