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Spalletti: "Tutta la Juventus ha partecipato al rinnovo. Scelto il futuro in libertà, in questi mesi"

Spalletti: "Tutta la Juventus ha partecipato al rinnovo. Scelto il futuro in libertà, in questi mesi"TUTTO mercato WEB
© foto di www.imagephotoagency.it
Dimitri Conti
Oggi alle 18:31Serie A
Dimitri Conti

Luciano Spalletti si è appena legato alla Juventus fino al 30 giugno 2028 e subito dopo la firma sul rinnovo è stato intervistato dai canali ufficiali della società bianconera: "Mi sento sempre in difficoltà a fare il protagonista, meglio dividersi i compiti. Sono stato poche volte a teatro, ma quando sono entrato allo Stadium ho avuto quella sensazione lì: sentirsi al centro dell'attenzione, tutti ti guardano e ti ascoltano, sono disponibili a vedere le scelte che farai. E c'è stata anche un po' di emozione: non è solo entrare in uno stadio, è come farlo in una storia. Se poi i tuoi musicisti suonano bene, e lo stadio apprezza e partecipa, è tutto più facile".

È arrivato il rinnovo, per lei che significato ha?
"È stato un rinnovo dove tutte le componenti hanno partecipato, è diventato fondamentale conoscersi e annusarsi bene in questi mesi nei quali abbiamo avuto la possibilità di scegliere in libertà il nostro futuro, se fosse apprezzabile il rapporto di lavoro: tutto lo staff, la dirigenza, i calciatori, il pubblico... Mi sembra che tutto abbia indicato che era la soluzione più corretta, di proseguire tutti insieme. La responsabilità è importante, ma le persona si misurano anche in base a quanta se ne prendono".

Ha quindi dovuto elaborare la permanenza alla Juventus? C'è stato un momento in cui lo ha capito?
"È venuto fuori fin da subito, si è potuto constatare con il mio staff che c'era disponibilità a voler lavorare, venendo qui. Il futuro è sempre stato progettato benissimo e si percepiva anche da fuori, ma la parte operativa è ciò che ci ha convinto: la voglia di lavorare e sacrificarsi per presupposti migliori".

Cosa l'ha fatta sentire parte del mondo Juve?
"Se devo andare a rivedere quello che mi è successo, forse ciò che mi ha colpito è stata la grande amarezza quando siamo usciti dalla Champions contro il Galatasaray, con lo stadio che ci applaudiva e ci chiamava sotto la curva per stringerci perché erano dispiaciuti. Lì ci siamo sentiti tutti figli della stessa mamma ed è stato bellissimo".

Juventus significa giovinezza. Per lei cosa vuol dire?
"La mia famiglia, bellissima, in cui ho voluto bene ai miei genitori e a mio fratello. Vista la mia curiosità, loro sono stati bravissimi a mettermi in condizione di crescere. Soprattutto mio fratello: mi portava sempre con lui, mi insegnava ciò che avrei dovuto sviluppare, le difficoltà che avrei incontrato nella crescita, nel lavoro e nella vita. Questo mi ha creato un'apertura di profondo vantaggio. Ero molto affezionato a lui e a mio papà, quando vado a casa bisogna che ripassi dalla mia campagna, dal mio luogo che è la Rimessa. Qualsiasi volta vado lì, risento l'odore di quando mio padre rientrava con la tuta sporca di sudore dopo il lavoro".

Ci racconta la sua campagna?
"Vedo il rumore delle stagioni, non lo sento. E i versi dei miei animali, la bellezza della natura. Tutti possiamo essere padroni di un pezzo di terra, ma nessuno potrà esserlo della bellezza che c'è sopra: di quella dobbiamo avere obbligatoriamente cura".

Che ricorda del suo primo amore per il calcio?
"Marchi indelebili, tatuaggi non fatti sull'anima e sul cuore, che rimarranno per sempre. Sono cresciuto a latte e biscotti, mia nonna sapeva che mi piaceva andare a letto con qualcosa di caldo nel pancino. E trovare quella zuppetta è stato per me un momento che poi mi sono portato dietro per tutta la vita e fanno parte della mia storia. Cose bellissime".

Lei si è definito un calciatore 'anarchico'. Il marchio rimane da allenatore?
"I centrocampisti sono avvantaggiati nel prendere notizie di ciò che succede in difesa e nel reparto offensivo, devono avere un bagaglio più completo rispetto al Conceicao, all'Yildiz o allo Zhegrova di turno, a cui viene chiesta una cosa fondamentale, che sappiano fare bene. Il centrocampista deve saper fare un po' tutto nello sviluppo della partita, il calcio moderno ci dice che ne possiamo usare di più dentro la partita e la squadra, perché riescono a sistemare un po' tutto. E poi ormai i giocatori devono essere liberi di esplorare zone di campo differenti: se sei ordinato e fai spesso le stesse cose, diventa più facile per gli avversari capire il tuo comportamento e trovare le contromisure. Se gli crei un po' di improvvisazione, questo effetto sorpresa o sovraccarichi, allora c'è difficoltà nell'adeguarsi".

Quanto incide il lavoro settimanale sulle prestazioni?
"Questo è un po' tutto, poi ci vuole autodisciplina, disponibilità e umiltà: la presunzione, nel calcio, non è allenabile. Ci vuole di sentirsi persone normali, di avere sempre qualcosa da imparare e la curiosità di prendere e sviluppare le cose nuove. La differenza però la fa sempre l'esecuzione dei calciatori: senza giocate precise non può avvenire nulla".

Come le vengono certe frasi, tipo 'la fucilata nella notte'?
"Perché l'ho sentita. Da ragazzo eravamo a contatto con animali, fucili, tutto ciò che riguarda quel tipo di vita. Le partite cambiano in un momento e sei tu a determinarlo, devi essere bravo a riconoscerlo e saperlo creare. Quei colpi a sorpresa, cose che ti creano scompiglio e fanno la differenza. Le finestre che cambiano la partita durano pochi secondi e lì devi essere al massimo, devi essere bravo a saper interpretare: come sapere tre fotogrammi prima cosa succede. E siccome tutti si parla di tattica, di spazi e di velocità, ma nessuno di relazioni, è attraverso esse che si apre la mente, si trovano idee e performance, comportamenti d'assieme. Se non c'è relazione e amicizia in una squadra, diventa anche più difficile sviluppare il gioco. Se abbiamo a cuore il compagno, è più facile diventare un gruppo o un collettivo, pur avendo la voglia di essere undici elementi forti. Ti trascini nell'inganno, ma è attraverso il collettivo che diventi più forti e non il contrario".

E invece, 'il rumore della palla che scorre sull'erba', com'è che continua ad emozionarla?
"Come in un film che ti si crea il sottofondo della base musicale: quando accelera, si incrementa, significa che è vicino l'episodio che può cambiare la partita. La palla non mente mai, non racconta bugie, ti dice chi sei: è come alzare il volume della voce sapendo cosa dici. Ti dà confidenza dentro la partita, crea emozioni e attraverso quelle e la qualità, riesci a trovare più creatività".

Cosa c'è oltre la fine?
"Mi piace immaginare che non ci sia mai una fine, che ci sia sempre qualcosa che va al di là. Oltre la fine ci sei tu, con quello che sei e che hai nei tuoi pensieri, nel tuo modo di aver vissuto. Ti porti dietro ciò che è stato il modo di reagire a tutto ciò che ti è successo. Si dice spesso che quando l'arbitro fischia la fine della partita, è lì che ne inizia un'altra. Non mi piace questo fatto che tutto abbia un termine: niente lo ha, se vogliamo dare un'altra vita".

Cosa le dà fiducia nel futuro?
"Mi dà fiducia la storia di questa società, i numerosi tifosi che partecipano alle nostre emozioni. La Juventus è un'identità, per cui bisogna essere bravi noi a farne parte, a saper emozionare tutte quelle anime che vedono le partite e ci seguono, che tutti quelli che ci vogliono bene siano orgogliosi di ciò che andiamo a proporre e del nostro impegno. Combattere sempre e comunque deve essere una qualità, le partite e il pallone raccontano veramente chi siamo come uomini e come sportivi. Vorrei una squadra che si vuole bene, bella da vedere e piacevole con il pallone. Il nostro è un pubblico di intenditori, hanno visto grandissimi campioni. Bisogna essere bravi ad assorbirne la volontà e riportarla in campo con scelte e giocate. È un compito difficile, mettere a posto tutto, però bisogna assumersi le responsabilità".

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