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“Tema” Dovbyk a Bologna, Palladino lo avverte: “Deve dare di più”

Leonardo Nevischi
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Leonardo Nevischi
Oggi alle 07:08Serie A
25.10.2026 07:08Serie A
FotoTUTTOmercatoWEB
© foto di www.imagephotoagency.it

Sette degli otto punti conquistati dal Bologna sono arrivati sotto la gestione di Raffaele Palladino. I numeri raccontano una squadra in crescita, capace di ritrovare gol e risultati, ma la vittoria di Cagliari lascia sul tavolo anche una domanda: che fine ha fatto Artem Dovbyk?

Il Bologna di Raffaele Palladino sta prendendo forma. Non è ancora una squadra compiuta, non ha risolto tutti i problemi e conserva margini di miglioramento evidenti, ma la direzione intrapresa sembra quella giusta. Da quando l’allenatore campano ha raccolto l’eredità di Domenico Tedesco, i rossoblù hanno messo insieme sette degli otto punti complessivamente conquistati, accompagnando la crescita dei risultati a un miglioramento altrettanto significativo sul piano offensivo: i gol realizzati sono passati da 2 a 6.

La vittoria di Cagliari rappresenta un’altra conferma del percorso avviato. Tre punti importanti, che danno continuità al lavoro di Palladino e rafforzano le sensazioni positive emerse nelle ultime settimane. Eppure, proprio dalla trasferta in Sardegna arriva anche un promemoria: per completare la propria evoluzione, il Bologna ha ancora bisogno di risposte da alcuni dei suoi uomini. Una, in particolare, riguarda Artem Dovbyk.

Il centravanti ucraino continua a essere un punto interrogativo. Non tanto per quello che ha mostrato in campo, quanto per lo spazio che gli viene concesso. Palladino ha più volte sottolineato la necessità di accompagnarlo verso una condizione fisica migliore, attraverso il minutaggio e la possibilità di ritrovare ritmo partita. Il problema è che, almeno finora, alle parole non sono seguiti molti minuti.

Contro l’Inter, Dovbyk aveva trovato appena quattordici minuti. A Cagliari, invece, è rimasto in panchina per tutta la partita, nonostante l’assenza per infortunio di Roberto Piccoli avrebbe potuto aprirgli una porta importante. Una scelta che assume un significato ancora più rilevante se si guarda alle alternative adottate dal tecnico rossoblù: inizialmente Palladino gli ha preferito Odgaard, mentre nella ripresa ha inserito il giovane Libra, spostando Bernardeschi nel ruolo di falso nove.

Una soluzione tattica precisa, pensata per togliere riferimenti alla difesa avversaria e favorire la libertà di movimento dei giocatori offensivi. Ma anche un’indicazione sulle gerarchie attuali, con Dovbyk che sembra dover inseguire non soltanto la condizione fisica, ma anche la fiducia del proprio allenatore.

In conferenza stampa, Palladino ha spiegato così le proprie decisioni: “Ho voluto mettere Bernardeschi in una posizione di campo per essere libero di svariare. Ho messo un 2008 come Libra, che è un bel giocatore, di grande qualità e deve ancora crescere. Non ho voluto mettere la prima punta per non dare riferimento al Cagliari”. Poi il passaggio sulle condizioni dei giocatori e sulla scelta iniziale: “Enem ha il tendine che gli fa male, i suoi carichi di lavoro in settimana sono limitati. Non ha giocato perché aveva dei fastidi così come Dovbyk, che deve dare qualcosa di più. Odgaard mi ha dimostrato di meritare la titolarità”.

Ed è proprio in quest’ultima parte della spiegazione che si trova il messaggio più interessante. Perché i problemi fisici possono certamente condizionare le scelte di un allenatore, soprattutto quando si tratta di gestire un attaccante che ha bisogno di ritrovare brillantezza. Ma l’affermazione secondo cui Dovbyk “deve dare qualcosa di più” sposta il discorso anche su un altro piano: quello delle prestazioni, del rendimento e della capacità di convincere lo staff tecnico.

Non basta aspettare che Dovbyk ritrovi la condizione: serve che dimostri di meritare spazio. È questa la sensazione che emerge dalle parole di Palladino, al di là delle cautele legate ai fastidi fisici. Se Odgaard ha conquistato la titolarità attraverso gli allenamenti e le risposte offerte in campo, l’ucraino è chiamato a fare altrettanto. Il nome, il curriculum e le aspettative che accompagnano il suo profilo non costituiscono una garanzia di impiego.

Resta, tuttavia, una questione da non sottovalutare. Per dimostrare di poter essere una risorsa, un centravanti ha bisogno anche di occasioni concrete. Novanta minuti in panchina a Cagliari - per giunta con un vantaggio da amministrare e quindi meno pressione di dover segnare - non rappresentano esattamente il contesto ideale per ritrovare ritmo e fiducia. Il confine tra la necessità di guadagnarsi il posto e quella di ricevere un’opportunità per farlo è sottile, e Palladino dovrà trovare il modo di gestirlo.

Il Bologna, intanto, ha imboccato la strada giusta. I risultati e i sei gol segnati sotto la nuova gestione testimoniano una squadra più produttiva, che sta cominciando a raccogliere i frutti del cambio in panchina. Per consolidare questa crescita, però, servirà allargare il ventaglio delle soluzioni offensive e recuperare anche chi, per un motivo o per l’altro, è rimasto ai margini.

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Immagine editoriale di Luca Calamai
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