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Viva Malagò, viva Galliani: un circo a base di giochi di potere. Prima Marotta, poi Agnelli: così è finita la Juventus

Ivan Cardia
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Ivan Cardia
ieri alle 23:30Editoriale
29.10.2026 23:30Editoriale
FotoTUTTOmercatoWEB

Chi quattro mesi fa aveva fatto di tutto per avere Giovanni Malagò al vertice della Federcalcio, ora sta spendendo tutte le sue energie per silurarlo e sostituirlo con Adriano Galliani. La sfida personale tra due grandi dirigenti sportivi - non proprio giovanissimi, specie l’ex milanista, ma che l’Italia non sia un Paese per giovani è cosa nota - è solo un pezzo di un racconto che nessun tifoso riesce a capire fino in fondo. Anche perché, se il punto di partenza della crisi è la terza mancata qualificazione consecutiva dell’Italia ai Mondiali, beh… non se ne parla più nemmeno per sbaglio.

Il calcio italiano, anziché parlare di riforme, si è infilato in una questione tutta basata sui giochi di potere. I calciatori, che hanno sempre detto di voler candidare al massimo un loro candidato, candidano Galliani perché altrimenti il rischio è che non lo avrebbe fatto nessuno. Poi si vedrà. Ad aprile calciatori, allenatori e una parte consistente della Serie A (diciamo Marotta e Percassi, poi sono confluiti gli altri) si erano messi d’accordo per avere Malagò in FIGC. La prima pietra di questa intesa era una: il ct? Coverciano? La riforma del settore giovanile? Macché: la nomina di Giancarlo Viglione - ottimo professionista, checché ne ironizzino i social - a segretario generale della Federazione. L’unica novità positiva delle ultime ore è che almeno questo tema sia diventato marginale, come (con tutto il rispetto) sarebbe dovuto essere fin dall’inizio.

Poi ci sono i calcoli elettorali: ognuno cerca di contare più dell’altro, con la bella eccezione della Lega Pro, che si mantiene equidistante anche perché oggettivamente è difficile convogliare in una direzione i voti di 57 presidenti. Ma, va riconosciuto, non solo. La (seconda) fuga in avanti di calciatori e allenatori serve a garantirsi di essere la base per l’eventuale elezione di Galliani, il resto lo deciderà di fatto la Lega Dilettanti di Abete: a prescindere dalle firme, la Serie A si spaccherà tra Malagò - che affascinava tutti e ha deluso molti - e Galliani, che nel calcio gioca in casa. La Serie B conta poco o nulla, il pallino ce l’hanno i dilettanti: come finirà? Bisogna capire chi sta più antipatico ad Abete tra Calcagno - da cui si è sentito tradito in primavera - e Malagò, suo arcinemico in termini di politica sportiva da tutta una vita. Senza dimenticare la politica: il governo attuale ha messo in chiaro che farà di tutto per ostacolare Malagò, mentre Galliani è uno della maggioranza. Certo, a breve si vota (in politica, nel calcio speriamo non si vada oltre questo spettacolino già indecoroso) di nuovo…

Come finirà? E chi lo sa: certo, va detto che battere Marotta e Galliani sul loro terreno non è mica facile. Al CONI l'ha spuntata Malagò perché era casa sua, ora è molto diverso: se le componenti non dovessero votare come monoliti - ed è probabile -, ci sarà da prendere un voto alla volta. E chi, nel calcio, può dire di no a Galliani? Molti sono rimasti sorpresi da questo repentino cambio di schieramento, è forse questa la principale possibilità di Malagò, che in quattro mesi ha scontentato tanti senza incidere su nessuna questione sostanziale. Le crepe si sono create tutte sulle nomine, e questo la dice lunga. Sta di fatto che il calcio italiano perde tempo - il prossimo presidente federale sarà operativo non prima di gennaio, a oltre nove mesi da Zenica - e soprattutto la faccia.

Ha perso tutto la Juventus. E se ci si interroga solo su Luciano Spalletti o Giovanni Carnevali, o qualsiasi altro protagonista della Juventus di oggi, si coglie il problema solo in parte. A ciascuno le sue responsabilità, ma c’è un prima e c’è un dopo nella storia recente dei bianconeri. Anzi, ce ne sono due. Il primo è il più netto, risale all’allontanamento di Beppe Marotta, che non voleva Cristiano Ronaldo e aveva ragione. Un dato: dal 2011 al 2019, la Juve è andata avanti con un solo aumento di capitale, da 120 milioni di euro, deliberato a inizio ciclo nell’ottobre 2011 e che ha sostenuto il periodo dei nove scudetti consecutivi. Dal 2019 a oggi, invece, Exor ha dovuto mettere mano al portafogli in ben quattro occasioni. C’entra anche il Covid, per carità, ma si parla di quasi un miliardo di euro di aumenti di capitale complessivi. Non è un buco: è una voragine da cui la Juve proprio non riesce a uscire.

L’altro momento da sliding doors è la cacciata - perché questo è stata - di Andrea Agnelli, esiliato dal calcio per la vicenda plusvalenze, che avrebbe meritato di essere del tutto irrilevante a livello di giustizia sportiva, ma che economicamente è la madre di quella voragine. Agnelli, sia detto chiaramente, ha sbagliato. Ha sbagliato a immaginare se stesso e la sua Juve più grandi di quello che erano. Ha sbagliato, soprattutto, a puntare su Fabio Paratici in solitaria, anziché sul maestro Marotta. Ha sbagliato i tempi e i modi dell’uscita Super League (ma non il fatto che lo sarebbe diventata la Premier). Dalla separazione con Marotta, insomma, Agnelli sbagliato, oggettivamente, tanto. Però aveva un’idea, c’era un progetto. Finché è rimasto a bordo, tra mille difficoltà, la Juve aveva una sua competitività e - aggiungiamo - anche un peso politico. Oggi la società è del tutto irrilevante nelle dinamiche federali, nonché un buco nero a livello economico e anche sportivo: qualsiasi acquisto fatto negli ultimi anni, presto o tardi, ha fallito. Sarà che il problema è di contesto? In estate la proprietà ha fatto la scelta giusta, affidandosi a Giovanni Carnevali, ottimo dirigente in termini di rapporti e capacità, di conoscenza del calcio. È l’uomo giusto, ma ha un problema insormontabile: il suo maestro Marotta aveva, finché sono andati d’accordo, un presidente al fianco. Cos’ha la Juve oggi?

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