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Aleksandar Stankovic: "Il mio futuro? Decide l'Inter, io sono concentrato sul Brugge"

Aleksandar Stankovic: "Il mio futuro? Decide l'Inter, io sono concentrato sul Brugge"
© foto di www.imagephotoagency.it
Daniel Uccellieri
Oggi alle 17:08Serie A
Daniel Uccellieri

Aleksandar Stankovic, centrocampista del Club Brugge cresciuto nel vivaio dell’Inter - che conserva su di lui due diritti di recompra - si è raccontato in un’intervista a GVA, parlando del rapporto con il padre Dejan, della crescita in Belgio e del futuro.

Dopo ogni partita, il confronto con papà Dejan è immancabile:
«Era felice, ovviamente, ma mi dirà sempre anche quali errori faccio. È così da quando ero bambino».

Sugli aspetti da migliorare, preferisce non sbilanciarsi:
«Lo tengo per me (sorride, ndr), ma dice le stesse cose dell’allenatore. Ivan Leko e io parliamo molto».

Proprio con Leko il feeling è forte, come dimostrano anche i numeri (6 gol e 4 assist):
«Ho più libertà e posso prendere più rischi. Fare ciò che mi viene naturale. ‘Mantieni le cose semplici, così funzionerà e arriveranno cose belle.’ Ma non devo dimenticare di tornare a difendere, altrimenti si arrabbia (ride). Sto scoprendo un nuovo lato del mio gioco. Parliamo nella nostra lingua madre e questo aiuta. Ivan mi spinge a non accontentarmi mai. Ci motiva ogni giorno, in palestra e nello spogliatoio. A volte penso che gli manchi essere calciatore. Grazie a lui entro persino in area: non sapevo nemmeno di saper segnare così facilmente».

Sulla tecnica di tiro e sull’eredità paterna:
«Spero di aver preso un po’ dei suoi geni. Anche solo vincere metà del suo palmarès sarebbe bellissimo. So tutto della carriera di papà».

Indelebile il ricordo della Champions 2010, quando aveva appena cinque anni:
«Conosco ogni secondo di quella partita a memoria (ride). Dopo sono andato in campo con gli altri bambini, al Bernabéu. L’Inter vinse il Triplete, prima squadra italiana a riuscirci. Una squadra esperta, forse all’ultima occasione. È stato fantastico. Me lo porterò sempre dentro, ti fa sognare. Come la finale dell’anno scorso a Istanbul: ero in tribuna. Ora gioco anch’io a quel livello e segno. È tutto così veloce, anche se non è sempre facile».

Il peso del cognome non è stato leggero:
«Da bambino è difficile vivere nello stesso paese dove tuo padre è una leggenda. Quando giochi, tutti parlano: sei solo “il figlio di”. Mio fratello maggiore Stefan ha smesso presto per questo motivo».

Fondamentale il sostegno della famiglia:
«Come mio padre, chiamo anche i miei due fratelli e mia madre appena arrivo nello spogliatoio. Sono la mia vita, il mio sangue, tutto. Cosa sarei senza di loro? Mio fratello Filip è portiere al Venezia, lo vedo meno spesso. Spero presto con la nazionale».

Sulla personalità, ricorda gli insegnamenti di Christian Chivu ai tempi dell’Inter:
«Mi diceva: “In campo nessuno ti chiederà la carta d’identità. Non conta l’età, conta la personalità”. Così, nonostante la giovane età, dico le cose come stanno».

Chivu, di recente, lo ha elogiato pubblicamente:
«Parole bellissime. È importante per me».

Sul possibile ritorno all’Inter in estate, vista la clausola di riacquisto:
«Tutti conoscono la mia situazione. Ma per rispetto penso solo al Club Brugge finché sono qui. L’Inter sa come la penso e mi lascia tranquillo. La cosa divertente è che non sono io a decidere. Decide l’Inter».

Una situazione che non lo turba:
«So gestirla. Sono nato all’Inter e ho fatto tutta la trafila lì. È normale sognarla. Ma qui sto bene e voglio vincere più trofei possibile. La storia dimostra che è possibile».

Infine, la scelta di trasferirsi in Belgio:
«Le statistiche parlano da sole. Basta guardare l’undici titolare del Club Brugge: così giovane. Pochi club in Europa schierano tanti giovani, sicuramente non in Italia. Rifarei questa scelta mille volte».

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