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Quando spendere non basta e il calcio diventa un esperimento: il caso del Chelsea

Quando spendere non basta e il calcio diventa un esperimento: il caso del ChelseaTUTTO mercato WEB
© foto di www.imagephotoagency.it
Oggi alle 08:33Calcio estero
Michele Pavese

Cambiare allenatore, nel calcio moderno, è spesso la soluzione più immediata. Ma raramente è quella giusta. Lo dimostra ancora una volta il caso del Chelsea, precipitato in una crisi profonda proprio dopo aver scelto di cambiare guida tecnica nel momento più delicato della stagione. L’arrivo di Liam Rosenior al posto di Enzo Maresca aveva inizialmente illuso tutti: un avvio convincente, qualche vittoria di fila, la sensazione di una squadra ritrovata. Ma nel calcio, si sa, i segnali vanno interpretati nel lungo periodo, non nelle fiammate iniziali. E infatti la realtà ha presto presentato il conto.

L’eliminazione dalla Champions contro il Paris Saint-Germain, quella in Coppa di Lega per mano dell’Arsenal e soprattutto il tracollo in campionato raccontano una squadra smarrita. Una sola vittoria nelle ultime nove giornate, cinque sconfitte consecutive: numeri che, a Stamford Bridge, evocano epoche che si pensavano definitivamente archiviate. Ma fermarsi ai numeri sarebbe riduttivo. Perché il vero problema del Chelsea non è Rosenior. E probabilmente non era nemmeno Maresca.

Il calcio non è un laboratorio
Negli ultimi anni, il Chelsea è diventato il simbolo di una gestione che tratta il calcio come un esperimento finanziario. Una proprietà americana (Blue&Co) ambiziosa, certo, ma spesso distante dalla cultura calcistica europea. Un modello basato su investimenti massicci, rotazioni continue, scommesse su giovani talenti e cambi tecnici frequenti. Tutto questo può funzionare sulla carta, ma il calcio non può essere solo un algoritmo. Il caso Rosenior è l'emblema: prelevato dallo Strasburgo a stagione in corso, come fosse una pedina da spostare all’interno dello stesso sistema, si è rivelato finora un mezzo disastro.

La responsabilità non è (solo) in panchina
Attribuirgli tutte le colpe sarebbe troppo facile. Certo, alcune scelte sono discutibili, e il fatto che non accenni un minimo di autocritica e accusi i calciatori non aiuta. Ma il problema è strutturale; quando una società cambia direzione ogni sei mesi, quando il progetto tecnico viene riscritto continuamente, quando i giocatori stessi non sanno più a quale idea di calcio appartenere, l’allenatore diventa un capro espiatorio, non una soluzione. E così anche i migliori finiscono per perdersi.

Il calcio è pieno di esempi che dimostrano una verità semplice: i progetti vincenti nascono dalla competenza, dalla pazienza e dalla conoscenza profonda. Non si improvvisano; pensare di poter "comprare" il successo senza costruirlo è un errore che continua a ripetersi. E il Chelsea ne è oggi una delle prove più evidenti. Perché il punto centrale è proprio questo: il calcio deve farlo chi lo conosce davvero. Non chi lo considera un asset finanziario, non chi lo usa per speculare o sperimentare modelli astratti. Servono dirigenti che capiscano lo spogliatoio, che sappiano leggere i momenti, che abbiano una visione tecnica prima ancora che economica. Il rischio, oggi, non è solo quello di fallire una stagione, ma quello di perdere completamente l'identità.

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