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La fascia vietata e l'ipocrisia. Al calcio basta un cartellino giallo per rinunciare ai propri valori

La fascia vietata e l'ipocrisia. Al calcio basta un cartellino giallo per rinunciare ai propri valoriTUTTOmercatoWEB.com
© foto di www.imagephotoagency.it
martedì 22 novembre 2022, 08:10Il corsivo
di Ivan Cardia

Justin Fashanu l'hanno trovato freddo in un garage, sotto un ponte ferroviario di Londra. Era maggio 1998, quasi venticinque anni fa. In un quarto di secolo, quanti passi avanti ha fatto il calcio per superare il tabù dell'omosessualità? Pochissimi, praticamente nessuno. Ricordare i nomi di Thomas Hitzlesperger e Josh Cavallo, gli unici altri due professionisti ad aver fatto coming out nella storia del football maschile, è fin troppo facile. Più prepotente che mai, l'argomento è tornato d'attualità proprio lì dove era facile immaginarsi che non fosse così semplice da affrontare, ai mondiali di Qatar 2022.

La fascia vietata e la rinuncia in blocco. Il tema, per chi si fosse perso le ultime ventiquattrore di dibattito non calcistico attorno alla rassegna iridata, è la fascia OneLove. I capitani di alcune nazionali - sette per la precisione - l'avrebbero dovuta indossare in sostegno alla comunità LGBTQIA+, in un Paese i cui ambasciatori hanno chiarito in maniera piuttosto esplicita la propria posizione al riguardo. Subito è arrivata la risposta della FIFA, che ha minacciato sanzioni nei confronti dei giocatori e delle selezioni coinvolte. In ultima istanza, e con diversi dubbi sulla possibilità tecnica che questo provvedimento fosse legittimo, la "punizione" di Infantino nei confronti dei ribelli sarebbe stata un'ammonizione a inizio partita. Tanto è bastato a Inghilterra, Galles, Belgio, Danimarca, Germania, Paesi Bassi e Svizzera per tornare sui propri passi: "Non possiamo mettere i nostri giocatori - hanno spiegato le rispettive federazioni in un comunicato congiunto - in una posizione in cui potrebbero incorrere in sanzioni sportive, comprese le ammonizioni, quindi abbiamo chiesto ai capitani di non tentare di indossare la fascia al braccio durante le partite della Coppa del Mondo FIFA".

L'ipocrisia mondiale. Finisce prima ancora di iniziare, così, quella che in realtà non sarebbe stata neanche una protesta nei confronti dell'organizzazione qatariota. Fortemente contestata da più parti e per più ragioni. Se si fa fatica a condividere le parole di Gianni Infantino nel suo discorso d'apertura, perché tremila anni di storia (passata) non bastano a impedire di avere un qualche impatto sulla Storia (futura), è appena il caso di notare che di fronte a questi Mondiali si è gonfiata una bolla di grandissima ipocrisia. I morti sul lavoro per organizzare Qatar 2022 sono di meno o di più rispetto a quelli che normalmente periscono per estrarre il petrolio che manda avanti il nostro Occidente? I diritti dei lavoratori e civii in generale sono più rispettati in Cina, teatro delle ultime Olimpiadi, che in Qatar? I tempi del calcio africano hanno meno importanza rispetto a quelli del pallone europeo? Più di tutte, visto che è l'argomento di cui si parla in questo caso: il football ha risolto i suoi problemi con l'omosessualità, a prescindere da quello che ne pensino a Doha? Dato che la risposta è no, forse sarebbe il caso di riflettere comunque.

Un cartellino giallo basta a fermare i valori. Per rimanere in tema di ipocrisia, colpisce la sproporzione tra il peso del tema, l'entità della minaccia, la velocità della rinuncia e le parole che le hanno fatto da contorno. "Siamo frustrati - hanno dichiarato diversi esponenti delle nazionali coinvolte, a partire da Oliver Bierhoff - puoi vietare la fascia, ma i nostri valori restano". Frustrati da cosa? Immaginiamo, dall'impossibilità di indossare quel simbolo di vicinanza, anche questo un po' ipocrita se è vero, come raccontò Patrice Evra qualche tempo fa, che ci sono "due gay per squadra". Pubblicamente, siamo fermi a zero. Di questo si trattava, vicinanza e niente di più. È stato sufficiente un cartellino giallo, tra l'altro senza neanche ingegnarsi più di tanto per dribblare il problema, per spegnere sul nascere l’esigenza di affermare i propri valori. Viene il dubbio che forse non ve ne siano proprio.

Per fortuna c'è l'Iran. I giocatori di Teheran non hanno cantato l'inno nazionale, in sostegno con le vittime delle rivolte che scoppiano nel Paese, in protesta contro il regime. Non ne abbiamo certezza, ma immaginiamo che per questo gesto rischino qualcosa in più di un cartellino giallo.

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