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Corvino si racconta a 360 gradi: "L'arte del fare sta diventando un problema per gli altri"

Corvino si racconta a 360 gradi: "L'arte del fare sta diventando un problema per gli altri"TUTTO mercato WEB
Alessio Del Lungo
Oggi alle 12:09Serie A
Alessio Del Lungo

Pantaleo Corvino, responsabile dell'area tecnica del Lecce, si è raccontato in una lunghissima intervista a DAZN: "Io ho iniziato 50 anni fa, sono partito dalla terza categoria, ho fatto tutti i campionati, quasi tutti vinti. Era un calcio che a casa si faceva con il telefono, con i gettoni quando si era fuori… C'erano le botteghe. Ho avuto dei maestri io, uno è Mimmo Cataldo, poi facevo lunghe passeggiate con Piero Agradi a Viareggio, andavo a casa di Sogliano a imparare".

Qual è una sua qualità?
"Un pregio è la tenacia, me lo sono sempre riconosciuto, la voglia di credere in un sogno, di coltivarlo e poterlo realizzare. Io però ho anche il difetto di esternare le cose, sono il più autentico possibile. Ma non me lo rimprovero".

Che cosa ha ritrovato nei professionisti che c'era anche nei dilettanti?
"Ci sono dei valori che non hanno categoria. L'essere leale, corretto, quello che lo sport ci insegna. Ho provato le stesse sensazioni: vincere una terza categoria, vincere a Liverpool, fare una semifinale di Europa League".

Perché ci sono così tanti giocatori forti in Serbia e Montenegro, dove lei ha trovato molti campioni?
"Intanto diciamo che chi cerca trova, se non cerchi non trovi. È anche fondamentale toccare le pelli con le mani, ho viaggiato e girato tanto per anni, ho costruito rapporti importanti che ancora resistono e mi servono. È vero che il sindaco di Belgrado ha perorato la causa di farmi cittadino onorario (ride, ndr). Andare lontano è una virtù, andare a prendere i calciatori lontano perché poi ti possono portare a vincere… Se vai lontano e vinci, ma non crei giocatori per la prima squadra è sbagliato. L'arte del fare sta diventando un problema per gli altri. Deve essere vista come una virtù, non come un errore o essere unti come quelli che facciamo dei danni perché prendiamo stranieri, non è così che deve funzionare".

C'è un acquisto di cui va particolarmente orgoglioso?
"Dietro ogni cessione e ogni acquisto c'è sempre qualcosa che si nasconde. Passando dal Lecce alla Fiorentina, i miei primi 10 milioni di euro li spesi per Toni, ebbi una paura… Mi chiesi solo perché li stessi spendendo io e non gli altri grandi club, ma ho avuto coraggio, credevo di portare a Firenze un attaccante importante e non mi sbagliai".

Chi sono gli altri per cui spese più di 10 milioni?
"Gilardino, Vargas e Simeone".

Quanto sono importanti i numeri nel calcio?
"Non basta, anche l'occhio e l'udito servono molto, sono essenziali. Un calciatore può essere importante anche senza numeri, può essere un leader silenzioso, un leader che ha una spiccata personalità, una spiccata autorevolezza. Per essere un calciatore importante non importa avere i numeri".

Che rapporto ha con i procuratori?
"Sono dei protagonisti del calciomercato perché la fanno da padroni a volte. Avere una rete di rapporti e legami, basati sulla stima reciproca, è un qualcosa di importante. Così ho preso Umtiti, per fare un esempio".

Quanto è importante l'istinto nel calcio?
"Il nostro lavoro di ds è molto dinamico e devi lavorare anche di istinto, ci devi appartenere, soprattutto durante il calciomercato. Sembra di essere in una sala operatoria, dove non hai tempo per sederti e devi prendere decisioni immediate e a volte anche di istinto. Ogni tanto questo può rivelarsi un'arma in più".

Ha mai avuto paura di sbagliare?
"No, il coraggio deve essere una delle prime caratteristiche. Non mi ha mai preoccupato".

Cosa direbbe al giovane Corvino?
"Di credere fortemente nei suoi sogni, di mantenere sempre tutta quella forza per poterli realizzare. Da giovane io dopo 20 anni in aeronautica lasciai quel posto per cercare di esaudire il mio sogno, per farlo diventare realtà. Mi sento molto orgoglioso di averlo realizzato, l'unico rammarico è di non averlo potuto far vedere ai miei genitori, che erano contrari".

Oggi sarebbero fieri di lei però.
"Sì, soprattutto mio padre. Lui è tifoso della Fiorentina, ci sono stato 10 anni. Aveva anche il Lecce nel cuore, sono cresciuto però con l'inno dei viola. Ogni tanto ho pensato che quella scelta dipendesse dal destino, la voglia di misurarmi fuori dalla mia terra mi ha spinto a fare quel passo che mi ha dato tante soddisfazioni personali. E le ho date anche ai tifosi della Fiorentina".

Quando parla di Lecce si emoziona sempre.
"Non posso non farlo, sono le mie radici, il suo popolo, la passione delle famiglie, dai grandi ai piccoli, si identificano nella squadra. La loro passione è smisurata quanto il nostro impegno per cercare di non deluderli, mi ha sempre dato quel fuoco dentro per dare il meglio e il massimo ogni giorno".

Che cosa le ha dato Lecce, visto che è diventato cittadino onorario?
"Prima di ricevere devi aver dato: 10 anni di Serie A, 3 campionati di B vinti su 4, 8 titoli italiani a livello giovanile, tanti campioni tirati fuori che sono nella memoria dei tifosi, Primavera sempre in A... Come in un laboratorio, ci siamo sforzati di fare un calcio vero, di non alterare le nostre radici".

Che cosa ha tolto?
"Tutti quei calciatori che erano diventati importanti, ma l'ho fatto per dare stabilità economica. Erano diventati idoli per i nostri tifosi. Ho dovuto per questi motivi avere il coraggio di cambiare, ho sempre pensato che non si cambia se non si ha il coraggio di farlo, sei destinato a scomparire se non lo fai. Chi deve essere creativo e virtuoso deve avere il coraggio di dare la possibilità al giocatore che vuole crescere di seguire le sue volontà. Questo a volte non viene molto digerito o capito".

Qual è il sogno per la prima squadra del Lecce?
"Abbiamo iniziato questo progetto tecnico 6 anni fa e ha portato a una promozione e 4 anni di Serie A. Oggi la proprietà si adopera, sta facendo uno stadio tutto nuovo, una palestra di avanguardia, un pullman nostro… Stiamo crescendo".

Possono bastare le idee per essere competitivi?
"Essere creativi può essere un vantaggio per ognuno di noi, dobbiamo essere sostenibili, senza debiti, valorizzare i giovani…".

Può raccontarci un aneddoto del Lecce 2004-2005, che fece un gol in meno della Juventus capolista.
"Ebbi quel coraggio di prendere un tecnico che veniva da 7 esoneri e che l'anno prima era retrocesso in Serie C con l'Avellino. Fu Zeman ovviamente".

Che cosa la emoziona ancora oggi?
"Nonostante i tanti traguardi raggiunti, mi emozioni ancora con tante cose e mi stimolano a dare di più. Per esempio vedere le famiglie allo stadio, vedere i bambini con le maglie del Lecce tifare Lecce e soprattutto il supporto dei tifosi che ti fermano per strada per incitarti. Siamo l'unica squadra del sud dopo il Napoli, ciò ci inorgoglisce, dando sempre il massimo, sapendo che la caduta può stare dietro l'angolo".

Che cosa c'è dopo il calcio per Corvino?
"La mia famiglia, la cosa più importante per me. Il loro valore non l'ho mai perso, nonostante tanti anni fuori e momenti vissuti lontani da casa. Dopo 51 anni sono all'ultima curva, anzi, l'ho superata, vedo il traguardo vicino. Non vedo l'ora di poter metaforicamente abbracciarlo. Forse però non succederà, come ho spesso detto mi piacerebbe morire in pista come i cavalli di razza. Conte un giorno disse in sala stampa in Inghilterra ciò che io avevo già detto: 'Posso sbagliare la moglie, ma non l'attaccante'. E tutti a ridere. Io nel prospetto di casa ho chiamato una persona che mi ha messo tutti gli attaccanti importanti che ho avuto".

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