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Chiamatemi solo Lorenzo: il bomber che cancellò l'ironia a suon di gol

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Redazione TMW
Oggi alle 07:06Storie di Calcio
autore Redazione TMW
07.11.2026 07:06Storie di Calcio
Lo prendevano in giro il suo cognome, ma sul campo rispondeva con i gol. Storia di "Lorenzo il Magnifico", il talento universale che rifiutò i modelli, mise nel mirino l'Inter e divenne il simbolo di una generazione di attaccanti italiani
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Lorenzo Scarafoni nasce ad Ascoli Piceno il 4 dicembre 1965, in una famiglia dove lo sport e l’istruzione si respirano in casa, la madre è insegnante elementare, il padre è docente di educazione fisica e il fratello gioca a pallavolo in Serie B.
Con queste premesse, Lorenzo non può che ereditare una solida etica del lavoro e un talento atletico fuori dal comune, tanto che a soli 16 anni fa già parte della Primavera dell’Ascoli Calcio.
Il suo cammino nel grande calcio inizia ufficialmente al Torneo di Viareggio, sono le ore 15 del 13 febbraio 1982 quando scende in campo allo stadio dei Pini contro una rappresentativa messicana.
I marchigiani, reduci da un pesante 3-0 subìto all'esordio contro l'Ipswich Town, cercano il riscatto e si schierano con: Vallesi, Rossi, Renzi, Iachini, Laghi, Torre, Scarafoni, Regoli, Zahoui, Guerra, Carlucci.
L’Ascoli domina il gioco e si impone anche nel punteggio grazie a una rete di Carlucci al 20', che vale due punti preziosi, tre giorni dopo, a Figline Valdarno, va in scena il dentro o fuori decisivo contro la Juventus, Lorenzo entra a partita in corso nella ripresa, ma l'ostacolo è insormontabile, i bianconeri vincono 1-0 e passano il turno.

L'esordio precoce e il dramma dell'infortunio

Meno di tre mesi dopo quel torneo giovanile, la vita di Lorenzo cambia per sempre.
È domenica 9 maggio 1982 quando un maestro come Carletto Mazzone decide che è il momento del grande salto.
Allo stadio Olimpico si gioca Roma-Ascoli; al minuto 82, Mazzone richiama Carotti e lancia nella mischia Scarafoni, il match termina 2-1 per i giallorossi, ma Lorenzo ha appena debuttato in Serie A a nemmeno 16 anni e mezzo.
La favola del ragazzo prodigio subisce però un drammatico stop durante una sfida del campionato Primavera contro il Pisa, un contrasto durissimo gli costa la frattura di tibia e perone, a cui si sommano una lesione al menisco e una serie infinita di interventi chirurgici, convalescenze e lunghissime riabilitazioni.
È un calvario che gli porta via più di un anno di carriera.

La rinascita e l'ironia sul cognome

Il destino decide di restituirgli tutto con gli interessi nella stagione 1986-1987, al termine di un rocambolesco Brescia-Ascoli, i bianconeri passano in mezz'ora dall'incubo della retrocessione a una salvezza praticamente matematica.
A firmare il gol vittoria è proprio Lorenzo, autore di una splendida girata di destro celebrata con una liberatoria capriola sul prato, dire che doveva andare in prestito al Francavilla in Serie C sembra ormai un ricordo sbiadito:
"Per fortuna tutto è passato e dimenticato. Il calcio è la mia passione e non ho mai pensato di smettere, i contrattempi che ho avuto mi hanno insegnato a vivere alla giornata, a non fare programmi, basta un niente per scomparire.
Cerco di godermi quello che ho e ciò che la fortuna mi offre, questa partita è la sintesi della nostra stagione pazza, abbiamo buttato a mare punti d’oro per poi andarli a riprendere sui terreni più difficili. Devo molto a Mazzone, che mi ha lanciato in prima squadra a sedici anni".

L'Ascoli festeggia la permanenza nel massimo campionato e, nonostante le prime sirene di radiomercato parlino di un forte interessamento della Fiorentina, il bomber decide di non muoversi.
Nella stagione 1987-1988 si prende la maglia numero 11 da titolare e inizia a segnare con una regolarità disarmante:
"È un periodo in cui mi va tutto bene ed è stupendo vivere da protagonista nella propria città. Sembrava una maledizione, ora invece vado in campo sereno e senza l’assillo del gol a tutti i costi, quest’anno arrivano più palloni giocabili.
Non mi esalto, so che verranno tempi più duri, l’importante è raggiungere la salvezza prima possibile. Io penso a migliorare, a recuperare il tempo perduto e a prendere il diploma di ragioneria, visto che mi sono fermato al quarto anno".

Il suo rendimento attira le attenzioni di Cesare Maldini, commissario tecnico della Nazionale Under 21, che si schiera pubblicamente a sua difesa contro i pregiudizi dell'epoca:
"Sul cognome di Lorenzo si è sempre fatta dell’ironia e questo sembrava quasi danneggiarlo o condannarlo. Io, dal giorno della prima convocazione nell’Under, me lo sono tenuto stretto. È un ragazzo prodigio che si è ripreso con volontà e coraggio, però tutti in Italia parlano solo degli attaccanti stranieri: l’esterofilia è sempre di moda dalle nostre parti".

Maldini porta avanti una battaglia culturale condivisa anche dal CT della Nazionale maggiore Azeglio Vicini e da Enzo Bearzot, tesi accolta temporaneamente anche dal commissario della FIGC Andrea Manzella. Eppure, dalla stagione 1988-1989, le frontiere si allargano permettendo il tesseramento di tre stranieri per squadra.

"Lorenzo il Magnifico" e i numeri da grande bomber

Lo stesso Lorenzo, intervistato sull'argomento, confessa con grande maturità l'impatto di quel cognome così particolare:
"All’inizio molti mi prendevano in giro, lo so che suscita battute ovunque. Ormai però sono vaccinato e non ci faccio più caso. A tutti dico: se non vi piace il mio cognome, chiamatemi semplicemente Lorenzo. Devo molto a Gigi Castagner che mi ha tolto alcuni difetti e mi ha trovato la posizione giusta in campo: così sono più lucido e fresco in zona gol".

Per il popolo ascolano diventa ufficialmente "Lorenzo il Magnifico", Castagner lo coccola pubblicamente definendolo un calciatore moderno e universale, tatticamente evoluto, capace di difendere, lanciare i compagni e dotato di un fiato infinito a dispetto dei suoi non ancora 22 anni.
I gol pesanti si susseguono, come quello nella sfida storicamente stregata contro l'Empoli: uno stacco di testa imperioso su calcio piazzato, con una traiettoria studiata che si spegne fil di palo per il 2-0 finale.
La critica specializzata inizia a spendere paragoni importanti accostandolo ad Alessandro Altobelli o Jorge Valdano, ma lui resta con i piedi per terra:
"Non esistono somiglianze. Io non mi ispiro a nessuno e non ho modelli, cerco solo di prendere il meglio da tutti".
Nel tempo libero si rifugia nella sua più grande passione, la caccia in campagna con gli amici, mentre in Nazionale Under 21 compone un tandem d'attacco formidabile insieme a Ruggiero Rizzitelli.
A fine ottobre 1987, l'Inter lo mette concretamente nel mirino per il dopo-Altobelli, valutando il cartellino ben 2 miliardi di lire a fronte di un ingaggio da 200 milioni. Lorenzo risponde sul campo da campione: segna un gol di rapina proprio ai nerazzurri, blinda la salvezza dell'Ascoli e chiude il campionato a quota 7 reti, una cifra identica a quella registrata da una stella internazionale come Ian Rush alla Juventus, e superiore a molti altri celebrati attaccanti stranieri arrivati in Italia (Corneliusson si ferma a 6, Anastopoulos e Cop chiudono a zero).
Per gol realizzati, Scarafoni è il miglior attaccante italiano della sua generazione, davanti allo stesso Rizzitelli che in quell'estate si trasferisce alla Roma per la cifra record di 9 miliardi.
La favola si estende anche alla Coppa Italia, dove l'Ascoli elimina addirittura il Milan di Arrigo Sacchi, Lorenzo timbra il cartellino nei quarti di finale contro la Sampdoria, portando il suo bottino stagionale complessivo a 8 reti (in un campionato che all'epoca contava 30 partite e non 38).

L'invasione degli stranieri e il finale di carriera

Paradossalmente, dopo quella straordinaria annata, Scarafoni calcherà i campi di Serie A per una sola altra stagione, la 1989-1990 con la maglia del Bari, il resto della sua carriera si svilupperà interamente in Serie B, una categoria che lo vedrà diventare un dominatore assoluto:
• 69 gol totali realizzati nel campionato cadetto.
• 2 promozioni in Serie A conquistate sul campo (più una terza sfumata solamente allo spareggio).
• 8 reti complessive in Coppa Italia.
• Una storica doppietta in trasferta contro il Radnički in Mitropa Cup, torneo poi vinto proprio con il Bari.
• 79 gol totali in carriera tra tutte le competizioni ufficiali.

Mentre Scarafoni segnava a raffica in cadetteria, la massima serie italiana si riempiva di profili stranieri dai nomi altisonanti ma dai numeri impietosi, i vari Severeyns, Renato Portaluppi, Rubio, Valenciano, Toffoli, Diego Latorre, Marcao e Rui Aguas chiusero tutti l'esperienza a quota zero gol; Dertycia ed Edmar ne fecero 4, Holmqvist appena 1 in due anni, Cadete e Karic 1 solo, mentre il tanto atteso Darko Pančev si fermò a 3 reti in due anni e mezzo.
Nomi che d'estate facevano sognare i tifosi sotto l'ombrellone ma che sul campo fruttarono pochissimi gol e dolorose retrocessioni per club come Pisa, Lecce, Fiorentina, Pescara e Brescia.

La storia calcistica di Lorenzo Scarafoni resta il manifesto di una generazione di talenti nostrani parzialmente oscurata dalle leggi del mercato, come riassunto perfettamente dalle sue stesse parole:
"Gli addetti ai lavori hanno preferito puntare forte sugli attaccanti stranieri. Mi riecheggia spesso in mente la frase del CT Azeglio Vicini: 'Il terzo straniero finirà per soffocare i nostri giovani'.
Non avrei mai pensato che a subire le conseguenze dirette di questa nuova invasione sarei stato proprio io".

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Immagine editoriale di Niccolò Ceccarini
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