Groenlandia, Venezuela, immigrazione: Trump, il Mondiale e il rischio boicottaggio europeo
Il percorso verso il Mondiale 2026 si sta trasformando in un terreno minato sul piano politico. L’evento, che vedrà gli Stati Uniti ospitare la maggior parte delle partite, si inserisce in uno scenario segnato da forti tensioni internazionali. Le recenti dichiarazioni di Donald Trump sulla Groenlandia, territorio legato alla Danimarca, hanno riacceso frizioni con l’Unione Europea, mentre gli interventi militari statunitensi in aree come Venezuela e Nigeria hanno sollevato accuse di violazione della sovranità nazionale.
A complicare ulteriormente il quadro è la linea dura sull’immigrazione: Washington ha sospeso o limitato il rilascio dei visti per decine di Paesi. In risposta, la FIFA ha lanciato il sistema “FIFA PASS”, pensato per agevolare l’ingresso dei tifosi muniti di biglietto, ma sottoponendoli a controlli stringenti. Un’iniziativa che ha suscitato critiche, perché rischia di creare un Mondiale “a due velocità”, con il pericolo di escludere delegazioni e sostenitori provenienti da nazioni considerate sensibili.
In Europa il dibattito è ormai aperto. In Germania e nel Regno Unito alcuni esponenti politici hanno chiesto di valutare l’ipotesi di boicottaggio, mentre in Francia c’è chi propone di spostare le partite su Canada e Messico. Al tempo stesso, molte federazioni ribadiscono la necessità di non mescolare sport e politica, privilegiando il dialogo. Così il Mondiale 2026 si avvicina con un carico di interrogativi che va ben oltre il rettangolo verde. A scriverlo è Foot Mercato.











