Real Madrid, ego senza controllo: il problema Vinicius e l’eredità sottovalutata di Ancelotti
C’è una verità scomoda che a Madrid si sussurra da tempo, ma che pochi hanno il coraggio di esprimere apertamente: Vinicius Junior non è solo parte del problema, rischia di esserne il centro. Perché il talento non basta più a giustificare tutto. Non basta dribblare tre avversari se poi ignori il compagno meglio piazzato. Non basta decidere partite se poi contribuisci a rompere equilibri. E soprattutto, non basta essere una stella se non ti comporti da leader. Il Real che esce a pezzi da questa stagione - distante dalla vetta della Liga, eliminato dalla Champions League, nervoso e sterile nei momenti chiave - è anche il prodotto di un'anarchia tecnica ed emotiva incarnata perfettamente dal brasiliano..
L’episodio di ieri con Jude Bellingham, nel bel mezzo della sfida di ritorno contro il Bayern Monaco, è più di una lite da campo. È una fotografia: un compagno che chiede, un altro che zittisce. "Chiudi la bocca", non è linguaggio da trascinatore ma da solista. La prima vittima è stata Xabi Alonso, un allenatore giovane e forse troppo rigido per uno spogliatoio abituato ad autogestirsi, anche e soprattutto in campo. Un tecnico mai davvero sostenuto dai suoi uomini chiave; quando un giocatore contesta apertamente le scelte e fa scenate dopo una sostituzione, quando un altro - come Kylian Mbappé - si permette di ignorare indicazioni in mondovisione, il problema non è più tattico: è di comando.
E il Real Madrid, per storia e struttura, non può permettersi vuoti di potere e non può restare troppo tempo senza vincere trofei importanti. Lo sa bene anche Alvaro Arbeloa, scelta interna e romantica ma rischiosa. Senza esperienza e con uno spogliatoio già fuori controllo, l'ex difensore aveva poco margine e ora non ne ha più, perché tutti gli obiettivi stagionali sono compromessi. Si è sempre detto che Carlo Ancelotti fosse "solo" un grande gestore, uno capace di tenere insieme lo spogliatoio, di parlare con i campioni, di non pestare piedi. Quasi come se fosse un limite, più che un merito. Bene, forse è il momento di rivedere questo giudizio.
Senza di lui il Real Madrid sembra essersi smarrito. Non tanto sul piano del gioco e dei risultati, ma su quello molto più profondo degli equilibri. Oggi il club appare fragile, nervoso, ingestibile. Allenatori che arrivano con idee e se ne vanno bruciati, spogliatoio che si sfalda alla prima difficoltà, ego che si moltiplicano senza più un argine. Ancelotti, invece, quell’argine lo rappresentava; non era solo gestione: era controllo, autorevolezza silenziosa. Era la capacità, rarissima, di far convivere stelle senza trasformarle in problemi. In un ambiente come Madrid, non basta l’autorità: serve legittimazione. E quella non può arrivare solo dall’allenatore: se i giocatori non riconoscono un limite, se le stelle si sentono più grandi del sistema, nessun progetto regge. E se la società - a partire da Florentino Pérez - non interviene (anzi, tutela i calciatori), il rischio è che tutto resti immutabile e che il copione si ripeta.











