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Roma, Pellegrini: "Mai voluta la n° 10. Mourinho? Se non vince la prossima partita sta male"

Roma, Pellegrini: "Mai voluta la n° 10. Mourinho? Se non vince la prossima partita sta male" TUTTOmercatoWEB
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Dimitri Conti
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Dimitri Conti
mercoledì 4 gennaio 2023, 12:38Serie A

Lorenzo Pellegrini, centrocampista della Roma, si racconta in una lunga intervista a DAZN: "Quando giochiamo la sera tardi fino alle 4 non dormo, sto lì e rivedo la partita, le cose in cui posso migliorare. A vedersi dallo schermo sembra sempre facile, poi ti trovi lì ed è diverso".

Quale il primo ricordo della Roma?
"Non posso non pensare alla mia famiglia e mio papà, al di là del fatto che mi portasse allo stadio a vedere le partite. Avevo 5 anni, era l'anno dello Scudetto e ricordo che era impegnativo portarmi. A casa viveva come se fosse allo stadio, urlava come fosse lì e mia madre che non voleva strillasse. Ricordo i festeggiamenti per tutta la città, bandiere attaccate alle macchine per mesi... Roma è questa, ogni giorno e istante vivi la gente. Per me come nessun'altra parte".

Ricorda il suo primo gol in A?
"Sì, vincemmo (col Sassuolo, ndr) a Marassi. Che emozione. Trasferirmi da Roma non fu facile, quell'anno c'era Rudi Garcia a Roma, che stimo infinitamente e con cui ho un ottimo rapporto. Non essere più il ragazzo della Primavera non è stato facile, molti non se lo ricordano ma nei primi mesi al Sassuolo non giocavo mai, perché avevo degli aspetti da dover migliorare. E l'ho capito. Ricordo poi che feci 90 minuti col Cagliari in Coppa Italia, non mi aspettavo di giocare anche la domenica dopo. Invece successe e mi sentii benissimo, tanto che segnai il primo gol. La maglietta di quella volta ce l'ha mio papà, come le altre importanti. Sennò le perdo. Mi vengono attribuite un sacco di cose ma non si dice mai che sono un lavoratore, uno di quelli che non lascia nulla al caso quando è a Trigoria, per dare anche l'esempio agli altri. Sono quindi anche molto esigente. All'epoca però ero diverso, saltare dalla Primavera alla Serie A ti cambia il mondo. A 18 anni condividi lo spogliatoio con gli over-30 e con chi ha centinaia di partite in Serie A e viene naturale chiederti di più".

Che rapporto ha con Totti?
"Abbiamo sempre parlato liberamente, per me è Francesco, non riesco neanche a spiegare. Conoscerlo è stato importantissimo per me, tante volte mi è stato a fianco per aiutarmi. È una persona eccezionale e ha un cuore grande. Portare la fascia al braccio sugli scalini dell'Olimpico è un brivido. Il giorno dopo però devi entrare anche dentro gli spogliatoi, nelle riunioni tecniche: essere capitano conta e non solo per la fascia".

Vorrebbe la maglia numero 10?
"Mai pensato di prenderla, per prima cosa perché il 7 è il mio numero preferito e averlo trovato libero non mi sembrava vero. Non avrebbe senso cambiare numero, per cosa, per far contento chi? Conta quello che fai in campo. Quando vedi la 10 pensi solo a Totti, mi piace ed è giusto sia così".

C'è qualcosa nel suo essere capitano a cui si è ispirato?
"Totti e De Rossi sono due simboli di Roma e sarà sempre così. La cosa che mi piaceva tanto di Francesco era che una volta in campo non parlava, ma era come se tu lo sentissi. Tutti gli riconoscevano questa leadership. So che magari con il mio carattere posso aiutare compagni in difficoltà o sotto pressione, ma tante volte le parole non bastano. Sono uno cui piace dare l'esempio. Con Zaniolo ho un rapporto particolare, come se fosse il mio fratello più piccolo. Mi dispiace che a volte venga fatto passare per quello che non è invece è un ragazzo eccezionale e un giocatore straordinario".

Che ricordi ha della finale di Conference League vinta?
"Quella è l'unica partita che non ho mai rivisto. E non la rivedrò mai. Non c'è bisogno, basta entrare a Trigoria e vedere la coppa per farmi ricordare tutto. (riguarda le immagini) L'effetto che mi fa è volerne vincere un'altra. Per me è stata un'emozione talmente grande... In questi anni, non me ne voglia nessuno, ma di cose difficili da gestire e buttare giù ce ne sono state tante. Sia qui che personali. Sono uno ambizioso, che sa ciò per cui lavora. Anche quando sono a casa penso a come fare meglio ogni giorno. La vittoria della coppa non era dovuta o scontata, la abbiamo voluta e sudata tanto. Era il mio sogno, raggiungerlo è stato bello".

Mourinho che posto occupa?
"Il primo. È stato fondamentale, mi ha insegnato cose alle quali sinceramente mai avrei pensato. La cosa che mi piace di più è che a lui non basta mai, neanche essere l'allenatore con più trofei nella storia: se non vince il prossimo, sta male. Ti fa esprimere al 100% e percepire la passione che ha ancora una persona che ha vinto tutto. E parlo di singole partite, neanche di trofei. Una finale abbiamo fatto con lui, non si parlava di altro che di vincere".

L'ha mai sorpresa?
"In realtà tante volte. Una, ricordo, era una partita che non avevamo vinto: il suo modo di essere ti contagia, e quando non vinci c'è una certa aria. Chi non dà peso a vittorie e sconfitte non può stare qua dentro. Però entrò nello spogliatoio e disse di essere molto soddisfatto, che erano passate poche settimane ma sentiva feeling e che a fine anno ci saremmo tolti una soddisfazione".

E poi le punizioni.
"I primi anni potevo allenarmi con Kolarov, e Alex è incredibile. I portieri non potevano davvero farci niente quando batteva... Mi aiutò tanto, a lui non piaceva la mia rincorsa e infatti l'ho modificata. Ho seguito il suo consiglio. Dopo aver segnato con il Cagliari mi veniva da ridere ripensando a quanto mi sentivo dire da tutti. Ma se ti impegni puoi migliorare, io l'ho fatto, e toglierti soddisfazioni. Ora se c'è una punizione mi sento in obbligo, devo fare gol".

Il gol di tacco al Verona il più bello nella sua carriera?
"Sì. Forse anche la punizione nel derby con la Lazio. Questo è quello a cui sono più affezionato, era un momento brutto. Eravamo in ritiro dopo aver perso a Bologna e sono cambiate tante cose".

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