"I libri in tribunale non li ho portati io". Rimini escluso dalla C, parla Giusy Scarcella
"La strada del Rimini, quando sono arrivata, era già in salita… parliamone".
Così esordisce Giusy Anna Scarcella, ex presidente del Rimini, nell’intervista rilasciata in esclusiva a TuttoMercatoWeb.com, il giorno dopo in cui il club è stato ufficialmente escluso dalla Serie C dalla FIGC, con conseguente revoca dell’affiliazione e svincolo dei tesserati.
Scarcella ripercorre poi le tappe principali della vicenda, rispondendo alla domanda su cosa l’abbia spinta ad acquistare la società:
"La bozza di bilancio al 30 giugno non era così disastrosa, c’erano anche dei crediti da riscuotere. La mia è un’azienda commerciale, il calcio garantisce una certa visibilità e quindi ho ritenuto potesse essere un’opportunità. Avevo anche sponsorizzazioni e crediti della Lega, ma fin dal primo giorno è iniziata una guerra al massacro, con contestazioni spesso strumentali che hanno allontanato molte aziende potenzialmente interessate a sponsorizzare. Certo, non era l’unico problema: c’erano anche le quote sequestrate per il debito della vecchia proprietà con il precedente presidente Alfredo Rota. Il Tribunale poi ha subito nominato un custode giudiziario, l’avvocato Guido Bartalini. Il Rimini, di fatto, non è mai stato mio: non potevo partecipare alle assemblee dei soci, mentre dall’esterno tutti volevano dirmi cosa fare. Mi sono stufata e già a fine agosto ho messo il club in vendita, perché era materialmente impossibile gestirlo. Tutto quello che potevo fare economicamente l’ho fatto, anche attingendo a risorse personali, e questo è dimostrabile. Ma a un certo punto non ce l’ho fatta più. Non mi sono mai nascosta: ho chiesto aiuto per evitare il fallimento e ho scritto anche pubblicamente al sindaco Jamil Sadegholvaad, che però non ha mai risposto. Si è limitato a chiudermi lo stadio, costringendomi a ricorrere al TAR".
La questione poi sembrava risolta. Cosa è accaduto dopo?
"È cambiato il legale rappresentante: è subentrato il signor Antonio Buscemi. A me, però, venivano solo richiesti soldi da immettere nella società. Dire che io abbia gestito il club è una supercazzola: ci sono sempre stati un custode giudiziario e un sindaco unico. Io odio le imposizioni, ma ho sempre fatto la mia parte sperando che la situazione si sbloccasse. Intanto iniziavo a parlare con imprenditori per la cessione. Dopo varie due diligence, ho trovato il gruppo legato a Nicola Di Matteo: il preliminare è stato firmato e il gruppo ha anche pagato il dissequestro delle quote direttamente alla società di Rota. Gli avvocati di quest’ultima si sono opposti al dissequestro, sostenendo motivazioni a mio avviso pretestuose. Io e la squadra eravamo convinti che il club fosse salvo: per me era venduto, ma poi ho scoperto alcune cose…".
A cosa si riferisce?
"Oltre al dissequestro, c’era da gestire un decreto ingiuntivo relativo a un’istanza di fallimento da circa 100/140mila euro per un debito della vecchia proprietà con un’azienda di abbigliamento. Problema risolvibile. Il vero nodo è che il dissequestro non è mai stato completato e il 19 novembre, nonostante una mia richiesta via PEC di posticipo, il custode ha convocato la riunione senza considerare che il debito era stato saldato. Gli avvocati di Rota intanto avrebbero dovuto comunicare al Tribunale l’ok per procedere, ma non so perché non sia stato fatto. Ho poi saputo che il custode, insieme al sindaco unico Sauro Cancellieri - uomo della gestione Rota - aveva intanto presentato istanza di fallimento. Senza avvisarmi, mentre stavo perfezionando la vendita. Io chiedevo solo un rinvio: avremmo depositato il bilancio e allegato una nota integrativa. Invece, tramite Buscemi, ho scoperto che tutto era già stato deciso. I libri erano stati portati in Tribunale. Perché non sono stata informata? Non volevano Di Matteo?".
Sta dicendo che la consegna dei libri in tribunale non è una sua decisione?
"Esattamente. Io stavo cedendo il club, lo dimostra la firma sul preliminare. Tutto ciò che è accaduto dopo è frutto della gestione altrui, non mia. A me chiedevano le copie dei bonifici che effettuavo, mentre si presentava istanza di fallimento senza comunicarlo. Ho pagato perfino un decreto da 4mila euro per agevolare la vendita, e nel frattempo devo anche restituire a Di Matteo i soldi della gara contro l’Ascoli. Mi chiedevano dettagli sugli acquirenti mentre, di fatto, remavano contro".
Un’esperienza decisamente negativa.
"Con il senno di poi, tornassi a luglio, non prenderei nemmeno la squadra dell’oratorio. È stato un percorso disintegrante e squalificante. Il calcio non mi appartiene, e l’ho capito vivendolo sulla mia pelle".













