Boato al Grezar, quando Doto inventava e De Falco re di coppe polverizzava la C1
Redazione TMW
C’era una volta una Triestina da impazzire.
Una squadra capace di far tremare lo stadio Grezar, di trascinare un popolo intero e di ridisegnare la geografia del calcio nostalgico degli anni '80, una favola romantica scritta a quattro mani, anzi, a due piedi e un cuore immenso, quelli di Franco "Totò" De Falco e Paolo Doto.
Per i tifosi dell'Unione non erano semplicemente un centravanti e una mezzala, erano l'ossigeno e il fuoco, erano l'architetto della trequarti e il killer implacabile dell'area di rigore.
Insieme a Tiziano Ascagni, componevano quel tridente delle meraviglie che nella stagione 1982-1983 polverizzò il campionato di Serie C1, riportando Trieste nel calcio che conta, in una Serie B che allora valeva quasi come una massima serie.
L’estro di Paolo e l’istinto di Totò
Paolo Doto, con quel baricentro basso e i piedi vellutati, era l’uomo della luce, quando il pallone passava dalle sue parti, il Grezar tratteneva il respiro: sapeva inventare la traiettoria impossibile, saltare l’uomo nello stretto e, soprattutto, sapeva esattamente dove sarebbe andato a infilarsi il suo gemello con il numero 9 sulla schiena.
E lì, puntuale come una cambiale, arrivava Totò De Falco, un centravanti d’altri tempi, rapace, famelico, capocannoniere assoluto di quella cavalcata trionfale con 25 perle che lo hanno consacrato re indiscusso della storia alabardata.
Se Doto dipingeva calcio, De Falco ci metteva la firma in calce con quel boato che faceva crollare la curva.
Un legame oltre il novantesimo
Ma il calcio di quegli anni non si fermava al triplice fischio, quella Triestina era un gruppo di amici veri, di fratelli che condividevano lo spogliatoio come una seconda casa.
Il legame tra De Falco e Doto era speciale, cementato da chilometri di corse, assist perfetti e abbracci bagnati di sudore sotto la pioggia di Trieste, un'intesa totale che è rimasta intatta anche quando le loro carriere hanno preso strade diverse.
La scomparsa prematura di Paolo Doto nel 2016 ha lasciato un vuoto immenso nel cuore dei tifosi e dello stesso Totò, poche ore dopo la tragica notizia, un commosso De Falco ha voluto ricordare l'amico di sempre con parole che spiegano meglio di qualsiasi statistica cosa fosse quel gruppo:
"Per me Paolo non era solo un compagno di squadra, era un fratello di vita. In campo ci capivamo con uno sguardo, bastava che si girasse e io sapevo già dove avrebbe messo la palla. Ma la verità è che eravamo legati da un affetto profondo che andava ben oltre il calcio. Quando perdi una persona così, ti rendi conto che se ne va un pezzo della tua giovinezza e della tua stessa storia. Resterà per sempre con me, in ogni ricordo di quegli anni fantastici passati a Trieste."
Oggi il calcio è cambiato, è fatto di algoritmi e ritmi frenetici, ma a Trieste, se chiudi gli occhi e ascolti il vento che soffia sul vecchio Grezar, ti sembra ancora di vederla, la spizzata di testa di Ascagni, l'invenzione geniale di Doto e la zampata vincente di Totò De Falco.
Una poesia alabardata che non sbiadirà mai






