Di Maria si racconta: "Giocando scalzo e segnando con le pietre sono diventato ciò che sono"
Non è una semplice visita nostalgica, ma un vero viaggio dentro se stesso. Angel Di María ha scelto Perdriel, la strada polverosa di Rosario dove tutto ebbe inizio, per raccontare il senso di una carriera che lo ha portato ai vertici del calcio mondiale senza fargli perdere il legame con le radici. Tornare lì, dove da bambino si giocava con due pietre come pali e spesso al buio dopo il tramonto, significa chiudere un cerchio iniziato con uno zaino pieno di speranze.
“Sono felice per il percorso che ho fatto, per come sono stati la mia carriera e il mio viaggio intorno al mondo”, racconta El Fideo ad As. Eppure, i sogni iniziali erano molto più semplici: “Il mio sogno era soltanto arrivare in prima squadra al Rosario Central. Quello che è venuto dopo è stato frutto del lavoro e della capacità di cogliere le occasioni”.
Il legame con la sua gente resta centrale: “È un onore poter vivere tutto questo con il mio popolo, mi hanno fatto sentire come se non me ne fossi mai andato”. Dietro ai successi c’è una storia di sacrifici, a partire dall’ultimatum del padre carbonaio: “Aveva bisogno che lo aiutassi a lavorare, ma mia madre gli chiese di darmi un’ultima possibilità col calcio”.
E poi Perdriel, diventata anche un tatuaggio: “È lì che ho imparato ad amare il pallone, giocando scalzo e segnando con le pietre. È l’anima di strada che rende diversi noi argentini”. Tra 37 titoli vinti, Di María non sceglie un solo trionfo, ma confessa che uno resta speciale: “La Copa América 2021 è stata unica: vincere dopo 28 anni e battere il Brasile in finale con un mio gol è stato uno dei momenti più belli della mia vita”. Una storia di campo, ma soprattutto di vita.











