Ancelotti non fa miracoli: il Brasile oggi sembra ancora distante dalle Nazionali più forti
La sconfitta contro la Francia non è soltanto un passo falso in amichevole: è l’ennesimo segnale di un Brasile che da anni fatica a ritrovare identità, leadership e continuità ai massimi livelli. Il 2-1 incassato contro la squadra di Didier Deschamps - tra l'altro rimasta in 10 al 55' - ha evidenziato ancora una volta un divario che ormai non è più episodico ma strutturale. La Seleção appare distante dalle grandi potenze europee e, soprattutto, da un’Argentina che negli ultimi anni ha ritrovato solidità, gerarchie e spirito vincente.
Il punto di rottura resta il trauma del Mineirazo, una ferita mai realmente rimarginata. Da quel 7-1 contro la Germania, il Brasile ha progressivamente perso sicurezza, entrando in una spirale di pressioni e fragilità psicologica che si ripresenta puntualmente nei momenti decisivi. A pesare è anche l’assenza di veri leader. L’era di Neymar, spesso frenata da infortuni e discontinuità, sembra essere terminata, mentre figure carismatiche come Thiago Silva sono ormai fuori dal giro della nazionale di Ancelotti. Oggi il talento non manca - da Vinícius Júnior a Marquinhos - ma manca un punto di riferimento capace di trascinare la squadra nei momenti di difficoltà. Un punto di riferimento che non può essere solo il CT italiano, ingaggiato soprattutto per dare serenità a tutto l'ambiente.
Il problema non è solo tecnico, ma anche collettivo. Il Brasile continua a produrre grandi individualità, ma fatica a trasformarle in un sistema competitivo. Al contrario, le big europee mostrano organizzazione, automatismi e una mentalità consolidata. Il rischio, a pochi mesi dal Mondiale, è quello di presentarsi con una squadra incompiuta e priva di identità. Oggi, più che mai, il Brasile sembra aver smarrito proprio ciò che per decenni lo ha reso unico: la certezza di essere superiore e la spensieratezza.











