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Liam Brady compie 70 anni

Liam Brady compie 70 anniTUTTO mercato WEB
Oggi alle 18:42Nato Oggi...
Redazione TMW
fonte Biografieonline.it
William Brady, detto Liam (Dublino, 13 febbraio 1956), è un ex calci

Liam Brady nasce a Dublino il giorno 13 febbraio 1956.
Cresce calcisticamente nella squadra del St. Kevin's Boys FC, poi nell'Home Farm. Quando ha solo tredici anni viene notato dagli scouts dell'Arsenal, da cui viene acquistato nel giugno del 1971. In quegli anni la blasonata società calcistica inglese è orientata ad una politica di sviluppo del settore giovanile che le possa permettere di coltivare in casa propria, le future stelle della prima squadra e Liam Brady rientra in questa prospettiva.

Il giovane trascorre tre anni nel settore giovanile assieme ad un gruppo di giocatori che viene promosso in blocco in prima squadra: tra questi oltre a Brady vi sono David O'Leary, Richie Powling, Frank Stapleton, Graham Rix e John Matthews. Il giorno del suo diciassettesimo compleanno firma il contratto da professionista seguendo così le orme dei fratelli maggiori Pat Brady (giocatore nel Millwall), Ray Brady (giocatore nel QPR), Frank Brady Jr (giocatore nello Shamrock Rovers), nonché dello zio Frank Brady sr.

Il 6 ottobre 1973 Liam Brady esordisce subentrando al posto dell'infortunato Jeff Blockley nel match contro il Birmingham. Nel resto della stagione l'allenatore Bertie Mee decide di impiegarlo con parsimonia: termina la sua prima stagione con la maglia dei "gunners" con all'attivo soltanto tredici presenze.
Durante il suo periodo all'Arsenal gli viene affibbiato il soprannome "Chippy", non tanto per la sua capacità di calciare la palla dando particolare effetto ("chip" significa scheggiare o scalpellare) quanto per la sua predilezione per il tipico piatto britannico "fish and chips" (pesce e patatine fritte).

Con la squadra londinese vince la FA Cup nel 1978-1979; disputa le finali della stessa sia nel 1977-1978, sia nel 1979-1980. Con l'Arsenal raggiunge la finale di Coppa delle Coppe nel 1979-1980, perdendo però contro gli spagnoli del Valencia.
Dopo la riapertura del campionato italiano di calcio agli stranieri e grazie all'intervento del talent scout Gigi Peronace, nel 1980 Brady è il primo giocatore straniero della Juventus. Con la squadra torinese vince due scudetti (1980-1981 e 1981-1982). Dopo l'arrivo a Torino del fuoriclasse Michel Platini, l'irlandese si trasferisce a Genova dove veste la maglia della Sampdoria.

Dopo due stagioni con la squadra ligure passa all'Inter e successivamente all'Ascoli. Chiude la sua carriera di calciatore professionista in Inghilterra, con la squadra del West Ham.
La carriera di allenatore inizia nel 1991 quando siede sulla panchina del Celtic; nel 1993 e fino al 1995 allena il Brighton & Hove Albion. Dal 1996 ricopre la carica di direttore del settore giovanile dell'Arsenal.
Nel mese di maggio 2008 Liam Brady diventa l'assistente del nuovo commissario tecnico della nazionale di calcio irlandese, l'italiano Giovanni Trapattoni (come assistente Brady è affiancato da Marco Tardelli, un altro ex calciatore italiano di grande esperienza).

Ventiquattro anni, due Coppe d’Inghilterra alle spalle – scrive Giancarlo Galavotti sul “Guerin Sportivo” del 13 agosto 1980 –, tanto cervello e tanta classe: questo è Liam Brady che, nei ritagli di tempo, si è improvvisato scrittore con un libro che – sono parole sue – non è e non vuole essere un’autobiografia ma la storia di un irlandese che si considera molto fortunato e che ha trovato nel calcio la sua realizzazione. «So far so good» s’intitola il volume di Brady: «tanto lontano, tanto bello» -si potrebbe dire in italiano.

Ma cos’è tanto lontano e tanto bello? Forse la sua giovinezza, forse la sua verde Irlanda, forse i suoi sogni, molti dei quali già realizzati. Il libro di Brady è una specie di lunga cavalcata all’interno della vita del giocatore e delle sue varie sfaccettature. Ma è soprattutto una proposta panoramica del gioco che – dice il neo juventino – «è un qualcosa che coinvolge e ti coinvolge a ogni livello. Ma è anche un qualcosa che ti insegna a vivere anche perché, quando giochi, tutti quelli che ti vedono hanno il diritto di criticarti in pubblico. E questo è il modo migliore perché uno cresca in fretta».
E Brady, a crescere in fretta, c’è riuscito pienamente: dopo le esperienze iniziali a Dublino sono venute quelle di Highbury con la maglia dell’Arsenal, una delle squadre più amate di tutta l’Inghilterra, e ora quelle della Juve dove il suo arrivo ha avuto il potere di galvanizzare un ambiente. E adesso leggiamo la sua storia.
Pare che la prima volta che a Liam Brady passò per la testa di diventare calciatore professionista, fu quando aveva sette anni. Era il 1964, e i suoi fratelli maggiori, Ray e Pat, giocavano già al football. Entrambi avevano debuttato nell’Home Farm, vivaio di talenti d’esportazione della lega irlandese, e si sarebbero infine ritrovati nei Queen’s Park Rangers di Londra, dopo essere passati per il Millwall. Ray, terzino, era senz’altro il migliore, tanto da venir convocato fin dal 1963, a far parte della nazionale dell’Eire. Arrivò così il giorno che papà Edward, che faceva il portuale nella capitale irlandese, portò il più piccolo dei sette figli, Liam, (oltre a Ray e Pat c’erano Breda, Frank ed Eamon, mentre un’altra femmina era morta in tenera età) allo stadio, dove Pat e i compagni nelle maglie verdi dell’Eire giocavano contro l’Austria. In quell’atmosfera magica di canti, di grida, di folla, di inni nazionali e di bandiere, Liam Brady, ragazzetto mingherlino e già non molto alto, anche per la sua età, sogno di emulare, un giorno, il fratello più grande. Ma c’erano altre cose, in casa Brady che parlavano di football: non mancava occasione che mister Edward non tirasse fuori le storie di suo zio Frank, che negli Anni Venti aveva giocato nel Belfast Celtic, un club che ora non c’è più, ed era stato chiamato due volte in nazionale, per un match di andata e di ritorno contro l’Italia, Il 21 marzo 1926 la partita fu giocata a Torino, e gli azzurri vinsero per 3-0. A Dublino, il 23 aprile dell’anno seguente, l’Italia segnò ancora tre reti, e la squadra di casa due. Poi c’era la passione della gente per il football, tante squadre a Dublino e tanti campionati giovanili per avviare fin da piccoli i possibili campioni del mondo a conoscere tutti i segreti del gioco. E a nove anni Brady entrò nella prima squadra, il St. Kevin’s Boys Club. Un paio di anni dopo, quando dalle elementari passò alle scuole superiori, nel collegio cattolico di St. Aidan, fu costretto però a dividere e raddoppiare il suo impegno con il pallone: a scuola, come in tutte le scuole della Repubblica, di Irlanda, si giocava il football gaelico, che è una variazione più rude del calcio, sostenuta dallo spirito patriottico e irredentista di una popolazione che cerca il più possibile di distinguersi dall’Inghilterra, e quindi anche nel caso dello sport, appoggia le tradizioni locali piuttosto che quelle importate, o imposte, attraverso il lungo dominio della nazione vicina.

Calcio con il St. Kevin’s, gaelic con il collegio: Liam di allenamenti e di padronanza della palla ne aveva come un professionista: però doveva per forza scapparci il conflitto, che esplose quando, a 15 anni, si trovò convocato dalla nazionale studentesca per una partita contro il Galles, e nominato capitano della squadra. Quando andò dal preside, Padre Walsh, per chiedergli il permesso di stare assente per il match, il superiore non mostrò affatto di congratularsi con lui per essere stato chiamato a rappresentare l’Irlanda. Invece gli ricordò che nello stesso giorno c’era un’importante partita di gaelic contro un’altra scuola, e senza mezzi termini gli fece capire che, se avesse rifiutato di difendere l’onore dell’istituto preferendo giocare al calcio, poteva considerarsi espulso. Naturalmente Brady giocò in Galles con l’Irlanda, fu espulso dalla scuola con il pieno appoggio della famiglia, e soprattutto di suo padre, e alcuni giorni dopo la storia finì su un giornale di Dublino, che denunciò l’assurdità del comportamento del preside. Ma non ci fu nulla da fare: Liam non rimise più piede al St. Aidan, se non per gli esami di fine anno, ai quali si era preparato in un altro istituto.

Del resto non aveva più bisogna di tornare a scuola, perché subito dopo arrivò la chiamata dell’Arsenal, che lo aveva accettato nel suo vivaio. Era il 1971, e Liam aveva 15 anni. L’Arsenal lo stava tenendo d’occhio da un paio d’anni prima, quando due dei suoi talent scout, Malwyn Roberts e Bill Darby, lo avevano segnalato a Highbury, e nell’estate avevano provveduto a farlo arrivare a Londra, per il primo provino. Il ragazzino si fece prendere, quella volta, dall’emozione, e per una buona mezz’ora non riuscì a combinare nulla, quasi avesse il piede paralizzato. Poi, quando mister Roberts, che lo aveva accompagnato, stava già per sprofondare, cominciò a far capire che anche nel suo caso l’intuizione del talent-scout non era stata fasulla. A quello, nell’estate successiva, era seguito un altro periodo di prova, un’altra estate a Highbury, e finalmente, l’anno dopo, la convocazione definitiva. Non fu facile, per Brady, adattarsi subito a Londra, alla lontananza dalla famiglia, dalla gente cordiale di Dublino, e soprattutto al rigido ambiente del vivaio, dove continuavano ad arrivare ragazzi da tutta la Gran Bretagna, e dall’Irlanda, molti dei quali venivano rispediti a casa, con il sogno di diventare un campione del football infranto per sempre.
Durante le vacanze di Natale, alla fine di sei mesi di intenso tirocinio, Brandy di nuovo in famiglia fu sul punto di lasciare tutto: disse ai genitori che non ne voleva più sapere di Londra e del calcio e il giorno fissato si rifiutò di far ritorno in Inghilterra. Arrivando un paio di lettere da Highbury, che chiedevano notizie e lo invitavano a ripresentarsi al più presto agli allenamenti. Bastò questo per far superare la crisi a Brady che, pur con due settimane di ritardo, si presentò finalmente al quartier generale dell’Arsenal, che non doveva più lasciare per quasi dieci anni. Brady era stato preso in forza dal settore giovanile dei «cannonieri» proprio al termine di quella che era stata la stagione più gloriosa nella centenaria storia del club londinese. Nel campionato 1970-71 i rossobianchi avevano conquistato, oltre al primo posto in classifica, anche la Coppa d’Inghilterra, realizzando una doppietta che rappresenta un risultato eccezionale e ambito da tutte le maggiori formazioni del campionato inglese. Si respirava quindi ancora l’atmosfera esaltante delle celebrazioni dei festeggiamenti, e i ragazzini del vivaio tremavano di emozione e di rispetto incrociando negli spogliatoi sul campo e nelle sale di Highbury i campioni che avevano saputo cogliere un tale trionfo. Ma per Brady e compagni tutto doveva scemare molto presto nelle delusioni e nel declino delle stagioni successive. Pochi giorni dopo la fine del campionato, il coach Don Howe aveva deciso di andarsene, per tentare la carriera di manager con il West Bromwich Albion. Fu soprattutto quella la causa delle successive fortune avverse dell’Arsenal, in quanto, privo del validissimo aiutante, il manager Bertie Mee si rivelò subito incapace di mantenere gli standard che avevano consentito alla squadra l’accoppiata campionato- coppa. Tuttavia, per il momento, queste vicende non toccavano direttamente Brady e gli altri della squadra giovanile, che si stavano formando il carattere e le qualità partecipando al campionato della categoria, vestendo però di tutto punto come i grandi della prima divisione, e scendendo in campo contro altre formazioni che porta- vano i nomi di Liverpool, Manchester United, Tottenham. In quel contesto, sotto la guida del responsabile del vivaio, Brady imparo a limitare l’istinto naturale che lo portava a insistere troppo nel possesso della palla, a discapito del gioco di squadra: e allo stesso tempo raffinò la sua tecnica a un livello decisamente superiore alla media, in modo da supplire con l’abilità alle carenze di peso e di statura nei confronti dei compagni.
Comunque per questo, continuavano a riempirlo di vitamine e di diete super-nutritive, per rafforzarlo il più possibile e per mettergli di resistere agli scontri e battere i più massicci difensori avversari. Già nella sua prima stagione con l’Arsenal, Brady venne convocato con una certa frequenza nei ranghi delle riserve, vale a dire l’anticamera della prima squadra. Le riserve disputano un campionato appositamente creato per loro, e fanno trovare insieme i giovani che sperano di arrivare finalmente al grande debutto, e i calciatori della prima squadra che vengono declassati fino a che non ritrovano la forma e la capacità di ritornare a far parte della formazione superiore. In tal modo, Brady si trovò a giocare con Alan Ball, uno degli eroi della nazionale della Coppa del Mondo 1966, che nell’Arsenal era il motore, il perno del centrocampo, l’animatore di ogni azione, che dirigeva gridando in continuazione come un sergente maggiore ma comunicando il suo entusiasmo a tutti gli altri. Così il mingherlino dal piede sinistro magico, cha giocava naturalmente sulla fascia esterna a sinistra, collaborando col centrocampo in maglia numero undici, venne definitivamente giudicato maturo per il passaggio nei ranghi dei professionisti: nel febbraio del 1973 fu ingaggiato dall’Arsenal con un contratto della durata di due anni, a 120.000 lire al mese. Per un ragazzo di diciassette anni era quanto di meglio potesse desiderare.
Nel ‘73-’74 Bertie Mee si riproponeva di provare a risolvere le sorti della squadra, già lacerata da profondi contrasti tra giocatori e dirigenti, con un coach che riuscisse a riportare l’ordine e i risultati ottenuti nell’armata d’oro da Howe. Così, al posto di Steve Burtenshaw, che nelle due stagioni successive non aveva fatto molto più che litigare con tutti, da Alan Ball a Charlie George, fu assunto Bobby Campbell. L’arrivo di Campbell fu preceduto però di pochi giorni dal passaggio di Frank McLintock, una delle colonne dell’Arsenal campione, al Queen’s Park Rangers. Oltre che a rinnovare i sistemi di training, Mee voleva anche ricostruire radicalmente la squadra. L’impresa però si rivelò ben presto un salto nel vuoto. Nel settembre del 1973 i «cannonieri» vennero subito messi fuori dalla Coppa di Lega perdendo a Highbury dal modesto Tranmere. In tale contesto, il 6 ottobre, arrivò per Brady il grande giorno.

Convocato in panchina con le riserve per l’incontro di campionato in casa con il Birmingham City, senza alcuna prospettiva di essere impiegato nel corso della partita, si trovò invece a debuttare a freddo, quando una brutta distorsione al ginocchio mise fuori causa Jeff Blockey. Non ci volle molto, tuttavia, per vedere messo in pratica tutto il talento e il mestiere messi insieme nel solido apprendistato: l’Arsenal vinse uno a zero, con un gol di Ray Kennedy, ma tutti i commenti della stampa furono per lodare la prova di Liam Brady. La gioia fu però di breve durata: la settimana dopo, Mee lo schierò fin dall’inizio contro il Tottenham, che vinse due a zero, e il gioco dell’Arsenal e di Brady furono definiti un incubo. Così fu rimandato a qualche lezione supplementare nelle riserve. Ma ormai si era fatto notare, e nel gennaio del 1974 fu di nuovo chiamato a giocare in campionato. Le sorti dell’Arsenal continuavano ad alternare poche vittorie a molte sconfitte, dimostrando che anche Campbell non aveva niente da spartire con le qualità del sempre più rimpianto Don Howe. Ma il 30 aprile del 1974, durante il match casalingo con i Queen’s Park Rangers, Alan Ball si ruppe una gamba, e Brady andò a occupare per la prima volta quel ruolo di regista che lo avrebbe poi definitivamente consacrato tra i migliori calciatori della scena inglese. In totale giocò quell’anno solo nove partite in prima squadra, e sembrava destinato ad attendere ancora prima di potersi assestare definitivamente tra i titolari, se non che durante la tournée preliminare alla stagione 1974-75 in Olanda, Ball, che aveva cercato di ristabilirsi al più presto, tornò a rompersi la gamba, garantendo automaticamente la permanenza di Brady in prima squadra. Poco dopo il 30 ottobre, Johnny Giles, valido manager-giocatore, coronava il momento fortunato del suo connazionale chiamandolo a rivestire per la prima volta la maglia verde dell’Eire, in un clamoroso match di qualificazione per gli Europei a Dublino contro la Russia battuta per tre a zero.

Tornando a Londra, il giorno seguente, Brady dovette però tornare bruscamente alla realtà ben diversa dell’Arsenal ridotto a fanale di coda della prima divisione. E per giunta venne a sapere che Mee aveva deciso l’acquisto di Alex Cropley, un giocatore delle sue stesse caratteristiche. «Stai tranquillo, tu continuerai a essere il titolare» gli disse il manager per rassicurarlo, quindi lo rimandò subito tra le riserve, dove si procurò uno stiramento addominale che lo tenne fuori praticamente fino alla fine del campionato. L’Arsenal riuscì a salvarsi per un pelo, finendo al 19. posto. Il 1975-76 non cominciò per nulla con auspici migliori. Brady fu richiamato tra i titolari, gioco 30 partite e fece anche tre gol, ma la squadra non andò oltre il 15. posto. Fu anche troppo, considerata l’aria da guerra civile che tirava a Highbury: Bertie Mee ormai non si faceva più vedere, e Campbell non faceva altro che aumentare il nervosismo dei giocatori, scontrandosi con Ball a ogni occasione, e provocando infine la sua richiesta di trasferimento. Già se n’era andato Kennedy, acquistato dal Liverpool, e quindi fu la volta di Charlie George, che passò al Derby. Quindi toccò a McNab, trasferito al Wolverhampton. Tuttavia, anche in mezzo a quello sfacelo, qualcosa di buono stava succedendo: certo, l’Arsenal continuava a lottare per la salvezza e farsi buttare fuori dalle Coppe Nazionali fin dalle prime battute, ma il crescente impiego di elementi giovani, come Brady, O’Leary e Stapleton, avrebbe dato i suoi frutti in futuro, quando Mee e Campbell sarebbero già stati lontani. Ai primi di marzo, infatti, il manager annunciò, senza riuscire a trattenere le lacrime di fronte ai giornalisti, che a fine stagione se ne sarebbe andato. Ciò creò subito una spaccatura in seno alla squadra: alcuni volevano Campbell, gli altri (e Brady tra questi) un radicale colpo di timone. Finito il campionato, con l’Arsenal ancora miracolosamente salvo, in 17. posizione in classifica, il consiglio direttivo della società decise di optare per un elemento nuovo, e invece che accettare Campbell affidò il posto a Terry Neill, manager del Tottenham, che si portò dietro anche il coach Will Dixon.

Ben presto però Brady e gli altri si sarebbero accorti che anche questo cambiamento non avrebbe mutato granché per quel che concerneva l’ambiente e i risultati. Neill cominciò subito a sbarazzarsi di quelli che erano stati fautori di Campbell: continuò, come avevano fatto i suoi predecessori, a scontrarsi violentemente con Ball, che era considerato il capo, il rappresentante e il portavoce dei giocatori, e comprò dal Newcastle United Malcolm MacDonald, un centravanti di grandi capacità ma estremamente egocentrico, che ben presto impose alla squadra di giocare esclusivamente in sua funzione, causando perciò alti e bassi a seconda delle sue condizioni e del suo rendimento a ogni singolo incontro. Così Brady, e i nuovi come O’Leary, Rix e Young (preso dal Tottenham) debbono ruotare attorno a MacDonald, i cui acuti non sembrano essere così frequenti come le stonature.
L’unica carica psicologica arriva a Liam dall’attività con la nazionale irlandese, che sotto Giles attraversa un positivo periodo di revival, anche se alla fine sia la qualificazione agli Europei che ai Mondiali del 1978 verrà mancata. Ma l’aria che si respirava nell’Eire è sempre molto più buona di quella di Highbury. L’inizio del 1977 ve de l’Arsenal precipitare in un baratro di undici partite negative di fila. È poi la volta dell’eliminazione della Coppa d’Inghilterra, buttati fuori dal Middlesbrough. Neill accusa i giocatori di non essere capaci di battere nemmeno undici «bidoni della spazzatura». Brady è alla nausea. La squadra ha un’impennata d’orgoglio nel finale della stagione, riuscendo a terminare a metà classifica. Ma questo non gli impedisce di chiedere il trasferimento. Lo trattiene in seguito la decisione della presidenza, che si è resa conto che non è più possibile continuare in quel modo: o si trova un coach che sappia fare il suo mestiere, come la tradizione dell’Arsenal richiede, o non si vede come la squadra possa uscire dal tunnel. Si fa il nome di Dave Sexton, che però sceglie il Manchester United. Intanto l’Arsenal è in Australia, a disputare un torneo di amichevoli in preparazione del 1977-78. Neill ne combina un’altra delle sue, spedendo a casa in anticipo MacDonald e Hudson, rei di aver bevuto un bicchiere di fronte al presidente. Ma il 9 agosto arriva l’annuncio che riempie Brady e gli altri di un entusiasmo che non credevano di ritrovare più: l’Arsenal ha un nuovo coach, Don Howe. Sì, l’uomo che tutti a Highbury rimpiangevano ha deciso di ritornare all’ovile, e in pochi giorni con le sue qualità umane e di tecnico conquista tutti giocatori. Neill viene ridotto a fare il direttore sportivo, a occuparsi della stampa e delle pubbliche relazioni, ma tutto quello che ha a che fare con il gioco dell’Arsenal non deve più riguardarlo direttamente: ci pensa Howe a decidere la formazione, a studiare ruoli, schemi e tattiche, a gridare gli ordini dalla panchina.

Così l’Arsenal ritorna nel giro delle grandi, e si qualifica per la finalissima della Coppa d’Inghilterra di Wembley, contro l’Ipswich. Brady è tra quelli che hanno messo maggiormente a frutto gli insegnamenti di Howe: si fa sempre più spesso notare tra i migliori in campo, si spinge in avanti, come vuole il coach, e comincia a segnare oltre che a far segnare con la sua abilità di playmaker. Purtroppo è l’Ipswich che si aggiudica la Coppa, con una sola ma ugualmente determinante rete. Ma il disappunto per aver mancato il successo proprio all’ultimo viene sfruttato da Howe per dare una carica ancora maggiore all’Arsenal nella stagione che viene. Ancora una volta il coach dà prova delle sue qualità: ancora l’Arsenal arriva alla finalissima di Wembley, e Brady è salutato unanimemente come l’artefice primo dell’appassionante scalata alla Coppa d’Inghilterra. Tanto che l’associazione calciatori professionisti lo elegge «miglior giocatore della stagione» e i giornali cominciano a parlare di lui, con titoli sempre più altisonanti, come del numero due del calcio britannico, secondo solo a Kevin Keegan. A Wembley, Brady fornisce la prova più convincente ed esaltante che l’onore tributatogli dai colleghi è ampiamente meritato: l’Arsenal batte il Manchester United per tre a due, al termine di novanta minuti che sono passati alla storia tra i più emozionanti della prestigiosa competizione. È Brady a suggerire i due gol che portano in vantaggio i «cannonieri» nel primo tempo, ed è ancora lui, a pochi secondi dalla fine, a fare avere una palla stupenda a Sunderland, che annulla così ogni sforzo dello United, che nella ripresa si era portato sul due a due. Oltre duecentomila persone salutano il ritorno dell’Arsenal nel quartiere di Highbury, cantando «di Liam Brady ce n’è uno solo». Ma poco dopo il loro entusiasmo si spegne con la notizia che il loro idolo ha deciso di andarsene quando, a meta del 1980, scadrà il suo contratto.

Come Keegan, come Woodcock e Cunningham, anche lui vuole cimentarsi nel Continente, misurando il suo valore e acquistando nuove abilità nel confronto con il calcio di una nazione europea di grandi tradizioni, come la Germania, la Spagna o l’Italia. Nel frattempo continua a dare il meglio di sé, anche se i tifosi sono pronti a beccarlo, adesso, per l’occasionale svista, e i dirigenti di Highbury rimproverano la mancanza di lealtà nei confronti del club. Ancora una volta, ed è storia di quest’anno, l’Arsenal arriva in finale a Wembley, ma il peso di una pressante stagione inglese ed europea, in Coppa delle Coppe, si fa sentire di colpo, e la vittoria è del West Ham. Però il valore di Liam non è sfuggito a Boniperti, che l’ha osservato a Highbury e soprattutto a Torino guidare la sua squadra nell’eliminazione della Juventus dalle semifinali di Coppa delle Coppe. Il piano del presidente bianconero è di assicurarsi l’irlandese a centrocampo e Rossi in attacco: lo scandalo delle scommesse fa sfumare l’abbinamento e Brady per un po’ viene lasciato nel cassetto. Ma dopo aver girato in lungo e in largo per il mondo, rischiando di restare a mani vuote, la Juventus e giunta il mese scorso alla conclusione che nessuno tra gli stranieri disponibili aveva la classe e il potenziale di Liam Brady, soprattutto al prezzo di appena un miliardo e qualche milione di lire. E l’uomo di Dublino arriva trionfalmente alla corte della Vecchia Signora per aiutarla a recuperare il fascino perduto.

Nel ‘78-79 William-Liam (all’italiana) Brady ha vissuto il suo periodo migliore vincendo il premio riservato al calciatore dell’anno e la Coppa d’Inghilterra a chiusura di una stagione davvero meravigliosa. Ed è stato soprattutto suo il merito del successo che l’Arsenal ha conseguito a Wembley quando ha battuto il Manchester United per la conquista del più ambito trofeo del calcio inglese: senza i suoi passaggi e la sua visione di gioco, infatti, questo risultato non sarebbe giunto. Ma la stagione ’78-79 è stata, per il fuoriclasse irlandese, la migliore di tutta la sua carriera visto che, con 17 gol, ha realizzato il proprio record quale marcatore. E quando Sir Stanley Matthews, l’indimenticato fuoriclasse del calcio britannico degli Anni Quaranta e Cinquanta, gli ha consegnato il premio riservato al calciatore dell’anno, Brady ha detto: «È il più importante riconoscimento che abbia mai ricevuto».

Quando Arsenal e Manchester United si sono trovati di fronte a Wembley per la finale della Coppa, tutti si aspettavano un Brady goleador: al contrario, lui si è proposto a pubblico e tecnici come regista e creatore di occasioni favorevoli per gli altri, e questa è stata la risposta a chi non credeva in lui e a chi ne contestava il diritto alla successione di Keegan come «number one» del calcio inglese dopo la sua partenza per Amburgo.
Era da tempo che Brady diceva di voler tentare, una volta scaduto il contratto con l’Arsenal, l’avventura in Europa ma sempre, in un modo o nell’altro, i «gunners» erano riusciti a farlo rientrare anche perché, valutandolo tre milioni di sterline (è vero o no che Francis, due anni or sono, fu valutato un milione?) pensavano di poter respingere gli assalti... europei sulla loro star. E invece... la Juve ce l’ha fatta e ora sulla testa di Dennis Hill-Wood, presidente del club londinese, si sono addensate molte nubi foriere di tempesta.

Nei sei anni che Brady ha vestito la maglia dell’Arsenal non si è certamente imposto come goleador: una sola rete (in nove partite) nel ‘73-74; tre l’anno dopo; cinque ognuno nei due campionati successivi, ma le 17 realizzate due anni fa sembrano dare ragione a Don Howe, l’allenatore dell’Arsenal che in questo ragazzo ha sempre creduto ciecamente. Sempre a proposito del Brady-goleador, sentiamo cosa pensa di sé il giocatore: «Far gol è la cosa più bella del mondo anche se devi solo toccare il pallone in fondo alla rete avversaria da due metri. Ancor più bello, però, è segnare da lontano, come faccio io quasi sempre. Ci sono due persone che mi hanno dato coraggio in questa mia veste: Terry Neill e Don Howe, ed io cerco di seguire i loro suggerimenti. So benissimo che la gente mi considera una punta ma io, in questa posizione, ho giocato solo un paio di volte in assenza di Stapleton o McDonald per infortunio». Rigorista emerito, Brady è difficilissimo che sbagli dagli undici metri: «Nell’Arsenal – dice – ho ereditato questo compito da MacDonald quando Supermac sbagliò due rigori consecutivi. Allora gli subentrai io e da quel giorno non ho più ceduto a nessuno quest’incarico».

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