Totti, poteva tornare in Serie A a 48 anni: Uno si ritira e gli succede di tutto
Un uomo si ferma accanto a Francesco Totti al semaforo. È in scooter, lo riconosce e si mette a piangere. Non gli chiede una fotografia né un autografo. Gli racconta che continua ad andare allo stadio, ma che da quando il Capitano ha smesso di giocare non riesce più a guardare una partita della Roma fino alla fine. Aspetta l'uscita dei giocatori dal tunnel, cerca la maglia numero 10 e poi se ne va.
"Nessuna partita in dieci anni?", gli chiede Totti.
"Nessuna, Francè".
È una delle storie che affiorano da Oltre. Uno si ritira e gli succede di tutto. Che poi tocca pure raccontarlo, il libro scritto da Francesco Totti con Alessandro Alciato, uscito in occasione dei cinquant'anni dell'ex capitano giallorosso e presentato al pubblico il 19 ottobre. In quei giorni sono emersi ricordi, confessioni e dichiarazioni che hanno già trovato spazio nella cronaca. Ma nelle pagine del volume c'è anche altro: episodi meno battuti, dettagli quotidiani e immagini raccontati con ironia e dialoghi talvolta coloriti. Non tutti, però, si commuovono davanti al capitano. C'è anche chi si sente addirittura in confidenza da dispensargli consigli estetici. "Aò, Capitano, ma perché nun te fai un bel botox?", gli domanda un tifoso. La risposta è in perfetto stile Totti: "Ma vattencaffanculo, va’". I romani sono così. Non si tengono niente, soprattutto con me. Sono uno di loro, e loro – dal primo al primo, perché mica esistono ultimi qui – sono parte di me.
Roma sconosciuta
"Vivo a Roma, ma non vivo Roma". Totti ha passato la vita nella città che lo ha trasformato nell’ottavo re, ma racconta di conoscerne soltanto qualche pezzo rimasto nella memoria di quando era ragazzo. Non può fare una passeggiata senza che si formi un capannello. Un caffè al bar diventa un incontro collettivo; una visita turistica, un’impresa. Il Colosseo, per esempio, lo ha visto soltanto due volte. La prima per un evento, la seconda per uno spot con Russell Crowe: lui faceva il leone, l’attore il Gladiatore.
Il ritiro, il divano e la “depressione” e il padel
"Sono morto, sotto un certo punto di vista...". Totti usa parole forti per tornare al 28 maggio 2017, il giorno dell'ultima partita con la Roma. Il saluto all'Olimpico, le lacrime, gli applausi: tutto quello che per anni aveva scandito la sua vita si era fermato. E fuori dallo stadio non c'era un'altra partita ad aspettarlo, né un allenamento il giorno dopo. C'erano le giornate da riempire, senza sapere bene come. "Al mattino mi svegliavo, già stanco e senza idee. Senza voglie", racconta.
Il divano, a un certo punto, diventa il posto in cui Totti trascorre troppo tempo. Dopo aver appeso le scarpe al chiodo, non sa come riempire le giornate. Si sveglia stanco, senza idee e senza voglia di fare. Guarda il tennis, sperando che le partite di Federer e Nadal arrivino al quinto set; segue la NBA, tifa LeBron James, dà un’occhiata alla Roma. Ma lo sport visto in televisione non gli restituisce quello che ha perso. "Tutto ciò che vedevo, entrava da una parte e usciva dall’altra, dentro restava poco, ero solo un contenitore di passaggio. Un colabrodo".
Totti non nasconde il malessere. Racconta di non avere voglia di uscire, di vedere gli amici, di essere diventato irriconoscibile persino ai propri occhi. I sintomi, scrive, assomigliavano a quelli della depressione. In casa si sentiva quasi di troppo: "Almeno il divano aveva una funzione precisa, io no".
A un certo punto torna in scena il padel. Non è una scoperta dell’ultima ora: aveva fatto costruire un campo a casa e invitava Vincent Candela, Daniele De Rossi e Alessandro Florenzi. Partite leggere, con gli amici, lontano dagli obblighi del professionismo. Poi aveva smesso anche con quello. Racchette, palline, scarpe slacciate: tutto lasciato da parte.
Finché un giorno, mentre guarda Federer in televisione, sente una voce: "Francesco, datte ’na svejata". Si guarda intorno, non c’è nessuno. Ci mette un momento a capire che la voce viene da dentro.
Ricomincia a giocare. Non c’è una preparazione da impostare né una carriera da rilanciare. C’è da tornare a fare qualcosa, da vedere persone, da arrabbiarsi per un errore e ridere subito dopo. Il padel gli restituisce una routine e un motivo per uscire di casa. "Mi ha salvato il padel, letteralmente", scrive. E ancora: "Il padel mi ha restituito la dignità, quella più profonda".
Dire no (alla Serie A, a 48 anni)
Nel 2024, a sette anni dal ritiro, Totti ha preso sul serio l’idea di tornare in campo. Il Genoa, allenato da Alberto Gilardino, e il Como di Cesc Fabregas si sono interessati a lui. Non soltanto una battuta o una provocazione: Totti ha cominciato ad allenarsi, è tornato in palestra, ha lavorato con un fisioterapista e ha cambiato alimentazione. "Via il pane, via i dolci, via tutto"». Soprattutto i dolci, rinuncia che definisce durissima.
Il fisico rispondeva meglio del previsto. La schiena era un po’ bloccata, gli acciacchi erano quelli normali per un uomo di quasi cinquant’anni, ma Totti racconta di aver retto il lavoro. Dopo sette anni, lontano dal calcio professionistico, aveva dovuto ricominciare da zero. Eppure, a un certo punto, la possibilità di giocare di nuovo era diventata concreta.
La domanda, però, non era soltanto se le gambe avrebbero retto. Era se potesse indossare una maglia diversa da quella della Roma. "La testa diceva che avrei potuto accettare, il cuore no".
Il Genoa gli mandava messaggi per sapere se avesse deciso. Il Como aspettava una risposta attraverso un intermediario. Totti ha valutato le proposte, si è allenato, ha immaginato come sarebbe stato tornare in uno stadio, sentire il rumore della partita e ritrovarsi di nuovo dentro un gruppo. Poi è tornato sempre allo stesso punto: la Roma. "Un tradimento sportivo non ha età, che siano 18 o 48 anni".
È una frase che spiega la decisione meglio di qualsiasi discorso sulla fedeltà. Totti sapeva che avrebbe potuto divertirsi, e ha ringraziato entrambe le società per l’interesse. Ma il problema era immaginarsi con colori diversi dal giallo e dal rosso davanti ai tifosi che lo avevano sempre considerato il loro Capitano. La conclusione è quella che si conosce: prima di Roma, solo Roma. Dopo Roma, sempre e solo Roma.
"E che famo? Er circo?"
Il corteggiamento del Genoa e del Como non è stato il primo tentativo di riportarlo in campo. Poche settimane dopo il ritiro, nell’estate del 2017, ci aveva provato Sinisa Mihajlovic. Lo voleva al Torino per una stagione, davanti alla difesa. Totti ricorda la telefonata mentre guida per Roma, nel caldo dell’estate. Si conoscevano da quando lui era un ragazzino e Mihajlovic era arrivato alla Roma. Tra loro c’era un rapporto che non aveva bisogno di formalità.
"Francesco, vieni a darmi una mano al Torino?".
"A Sinì, famo er circo?".
Mihajlovic insiste. Parla della storia granata, della passione dei tifosi, di Superga. Dice che basterebbe una scintilla per restituire un sorriso a una piazza che ha sofferto. Totti gli fa notare che la gente potrebbe non prenderla bene.
"Alla gente ci penso io", risponde Sinisa.
È il modo di fare di Mihajlovic: andare dritto, non preoccuparsi troppo del giudizio degli altri. Totti lo ricorda anche per questo, oltre che per l’amicizia. Quando Sinisa era arrivato a Roma, lui aveva sedici anni e spesso lo accompagnava in motorino alle feste o dagli amici.
La proposta del Torino non è andata in porto. Ma il ricordo della telefonata è rimasto. Totti racconta di aver rivisto Mihajlovic a Roma, vicino a Ponte Milvio, quando Sinisa stava lottando contro la malattia. Si erano fermati a parlare di figli, famiglia e calcio. Poi era tornato sull’argomento, come se non avesse mai smesso di provarci: quanto si sarebbero divertiti se avesse potuto allenarlo.
"Pensa al boato dei tifosi del Torino alla lettura delle formazioni". È stata l’ultima cosa che gli ha detto.
In Oltre non c’è il tentativo di aggiungere qualcosa alla leggenda del numero 10, è come andare a prendere un caffè con Totti e scambiare quattro chiacchiere in confidenza con l'ironia che lo ha sempre contraddistinto, senza prendersi troppo sul serio, ma raccontando qualcosa di più intimo e profondo.






