La nuova democrazia Inzaghiana. All'Inter ora sono tutti uguali, anche se non è vero
C'era una volta l'epopea della democrazia corinthiana. Mica nell'Antica Grecia, ma nel più moderno Brasile di Socrates e compagnia pallonara. Un esperimento ideologico e calcistico, che ottenne diversi successi ed ebbe persino una certa importanza nel superare la dittatura dei Gorillas, durata oltre vent'anni. A nulla di così rivoluzionario si ispirava ieri sera Simone Inzaghi mentre, dopo la vittoria della sua Inter sul Viktoria Plzen, spiegava: "L'importante è che tutti i ragazzi sanno che c'è competizione tra di loro, ho bisogno di tutti, ci saranno rotazioni e tutti saranno coinvolti". Ciò non di meno, per un allenatore come lui, il concetto è una novità da non sottovalutare.
Ora all'Inter sono tutti uguali? Prendiamo il tempo trascorso in campo. Alla fine della scorsa stagione, fra l'undicesimo giocatore più impiegato, Dumfries, e il dodicesimo, Darmian, correvano 800 minuti. Tra Dumfries e D'Ambrosio, quattordicesimo in questa speciale graduatoria, oltre 1.400. Nulla di particolare, specie nelle economie di un’annata intera, ma una differenza c’è e neanche da poco. L’Inter è una squadra con un senato, con un allenatore che in carriera - non ventennale, va detto - è sempre parso abbastanza restio a troppi cambiamenti, figurarsi il turnover scientifico. E invece ora sembra pronto a provare una nuova strada: col Torino cinque cambi rispetto al Bayern, a Plzen sei cambi rispetto al Torino e ora vediamo cosa accadrà a Udine.
Ma le grandi squadre si sanno a memoria. E poi ci sono i giovani. Tutto democratico, tutto bellissimo? In linea teorica, tirare fuori il cento per cento dalla rosa a disposizione sarebbe un upgrade non da poco. È uno degli insegnamenti dello scudetto di Pioli: per dirne una, fra undicesimo e dodicesimo più utilizzati dai rossoneri l'anno scorso passano appena 300 minuti. Ecco, nessuno propone i rivali cittadini come esempio, ma chissà che Inzaghi non abbia preso qualche spunto. Il tutto si lega, inevitabilmente, ai ritmi infernali di un avvio di stagione giocata ogni due-tre giorni: il proposito concettuale democratico è tutto da verificare nel 2023. Senza dimenticare che non potrà mai essere vero fino in fondo: la formazione della Grande Inter si sciorina a memoria, idem quella del Triplete, dell'Italia 1982 e 2006, del Milan di Sacchi, Capello o Ancelotti, della Juve di Trapattoni, Lippi o Conte. Le grandi squadre hanno bisogno di certezze, il trucco è averle senza farle pesare. E poi c'è il capitolo giovani: si torna alla carriera, quella di Inzaghi dice che a lanciarli non è particolarmente propenso. Ieri uno scampolo per Asllani, zero per Bellanova. Nelle rotazioni andranno inseriti anche loro.
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