De Laurentiis: "Con la passione riempi gli stadi ma non ci fai un club. Il cinema ha aiutato"
Aurelio De Laurentiis, presidente del Napoli, è intervenuto nel corso dell'incontro The European House - Ambrosetti, in corso a Roma e dedicato a imprenditori e top manager. Di seguito alcune delle principali dichiarazioni, raccolte da Calcio & Finanza: "Quando ho comprato il Napoli, non dovevo convincere la gente ad amare quella squadra. Dovevo capire come fosse possibile che una società con un pubblico del genere fosse fallita. E fare in modo che non succedesse più". Dopo aver spiegato di non aver dovuto creare la passione, spiega: "Il mio compito era costruirci intorno un’impresa capace di durare. Perché la passione può riempire uno stadio anche in Serie C. Ma la passione da sola non fa un bilancio, non compra un calciatore, non costruisce un centro sportivo, non organizza una società. Bisogna creare valore. E qui il cinema mi è stato molto utile".
Gli insegnamenti del cinema
Al che, De Laurentiis spiega più nel dettaglio: "Quando sono entrato nel calcio, ne sapevo ben poco. Ma sapevo scegliere le persone, mettere insieme competenze diverse, tenere sotto controllo un investimento. Questo me lo aveva insegnato il cinema. Un film che costa cento milioni non è necessariamente migliore di un film che ne costa dieci. E un calciatore che costa cento milioni non è necessariamente dieci volte più bravo di uno che costa dieci. Devi saper trovare il talento e avere il coraggio di prendere decisioni, qualche volta anche impopolari. Se un imprenditore aspetta che tutti siano d'accordo, probabilmente è già troppo tardi. In vent'anni, naturalmente, abbiamo anche sbagliato: una società solida può correggere, una fragile invece può esserne distrutta. Si parla tanto di quanto spende un presidente, ma vorrei che ci facessimo anche altre domande. Spendere è molto facile, creare valore è molto più difficile".
Ispirarsi agli Stati Uniti
Quindi il presidente del Napoli allarga il raggio del suo sguardo: "Gli americani hanno capito da moltissimo tempo una cosa che noi europei, e soprattutto noi italiani, qualche volta abbiamo quasi paura di dire: lo sport è competizione, ma quello professionistico è anche spettacolo. È entertainment. In America quando compri una franchigia non stai comprando soltanto la squadra che scende in campo quella sera. Stai comprando un’organizzazione destinata a sopravvivere a generazioni di giocatori. Un campione può rimanere cinque anni. Il club deve esistere per cinquanta, cento anni. Lo stadio è parte dello spettacolo: deve essere bello, comodo, tecnologico e avere servizi. Devo meritarmi il tempo del tifoso, da una parte abbiamo YouTube e TikTok, dove magari abbiamo quindici secondi per convincere un ragazzo a non passare al video successivo. Dall’altra abbiamo lo stadio, dove gli chiediamo quattro ore della sua vita. Sembrano due mondi opposti".
Una Lega più 'statunitense'
Al che, ADL attacca anche la gestione fatta dalla Lega Serie A: "Guardate che cosa fanno le leghe americane. NBA, NFL, MLB: sono macchine commerciali enormi. Lavorano sul prodotto, sulla distribuzione, sugli sponsor, sui mercati internazionali. Fanno conoscere i campioni. Sono al servizio delle squadre. Creano valore. E tutto questo dove va a finire? Nei ricavi delle società e nel valore delle franchigie. Vogliamo mettere tutto questo a confronto con la nostra Lega? Io voglio una Lega che mi aiuti a far valere di più il Napoli. E per riuscirci deve far valere di più tutto il campionato".
Intervallo e tempi morti
Nel mirino di De Laurentiis, c'è anche il tempo morto dell'intervallo: "Perché non discutere se accorciare o eliminare l'intervallo? Dobbiamo avere il coraggio di discutere il "prodotto calcio" sotto ogni punto di vista. A cominciare dal gioco, dalla durata della partita, dalle interruzioni. Non esistono regole sacre soltanto perché esistono da cent'anni. Se vogliamo riavvicinare i giovanissimi, dobbiamo domandarci che cosa li fa andare via. Prendiamo l'intervallo. Quindici minuti. Ma perché non possiamo discutere se accorciarlo, o perfino eliminarlo? Chi è allo stadio vive l'atmosfera, sta insieme agli altri, aspetta. Ma il ragazzino a casa? Gli fermi la partita per un quarto d'ora e pensi che rimanga lì ad aspettarti? Prende il telefonino, torna alla PlayStation, trova qualcos'altro da fare. E poi tu ricominci il secondo tempo. Ma lui nel frattempo è andato via. I gol se li guarda dopo, negli highlights. Allora dobbiamo porci il problema. Come rendiamo la partita più continua, più spettacolare, capace di tenerlo davanti allo schermo? Non possiamo pretendere che sia lui ad adattarsi alle nostre abitudini. Dobbiamo essere noi a capire le sue. Perché nel frattempo YouTube non aspetta la Lega. TikTok non aspetta la UEFA. II mondo digitale in cui vivono i nostri giovani corre a una velocità straordinaria. E noi non possiamo pensare che il calcio sia immortale soltanto perché è stato importantissimo per cento anni".
Club come media company
In conclusione, c'è una richiesta, di far diventare le squadre media company: "Ogni giorno abbiamo storie. Abbiamo calciatori che arrivano da Paesi diversi. Abbiamo allenamenti, viaggi, vittorie, sconfitte. Abbiamo Napoli, una città che ha continuamente qualcosa da raccontare. Abbiamo memoria, immagini, personaggi. Dobbiamo produrre contenuti continuamente. Nel 2004 il mio lavoro era ricostruire un’impresa intorno a una passione che esisteva già. Oggi la sfida è diversa. Dobbiamo continuare a meritare quella passione e contemporaneamente andare a cercare persone che ancora non ci conoscono. Soprattutto le nuove generazioni".
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