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Oliver Bierhoff a 360° al Festival di Trento: "Inter, Ascoli, Udinese e il mio Milan"

TMW
Daniele Najjar
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Daniele Najjar
Oggi alle 17:30Serie A
02.10.2026 17:30Serie A
FotoTUTTOmercatoWEB

A Trento è iniziato il Festival dello Sport. Nel corso del panel "Una vita da centravanti" - tenutosi presso il Teatro Sociale di Trento - ha parlato l'ex attaccante di Milan e Udinese, Oliver Bierhoff, intervistato sul palco da Pierfrancesco Archetti. Ecco di seguito le sue dichiarazioni raccolte da TuttoMercatoWeb.com.

Goncalo Ramos riuscirà a far volare il Milan?
"Un giocatore solo è difficile, ma può aiutare. Ma i palloni devono arrivare. Serve che la squadra sia rafforzata. Il Milan è nel mio cuore, ma spesso quando l'ho guardato non mi ha preso ultimamente. Una volta lo guardavi e avevi giocatori di qualità mondiale da osservare, oggi non è così".

La Nazionale italiana non è in un buon periodo. Tu hai guidato il rinnovamento delle nazionali tedesche. Cosa serve per rimetterci in piedi?
"Devo dire un po' di tutto. Quello di cui ci si deve rendere conto è che il cambio non può avvenire in 2-3 anni, serve tempo. Nel 2000 abbiamo cambiato metodo di allenarsi, l'educazione, abbiamo investito in infrastrutture, negli stadi, nelle accademie. Abbiamo pensato ci volessero 10 anni. E nel 2010 in Sudafrica si vide al Mondiale una Germania diversa, con giocatori tecnici. Serve pazienza, ma anche convinzione e la forza di dire: 'Dobbiamo cambiare'. Da fuori non posso giudicare, ma pensavo che serve proprio arrivare al fondo per risalire. Mi sembrava che l'Italia ci fosse arrivata e che dicesse 'basta', con un cambio forte, investimenti forti".

Klopp e Mancini sono gli uomini giusti per far ripartire nel breve termine?
"Nel breve è difficile, oggi c'è mancanza di qualità. Con tutto il rispetto di ogni giocatore, l'Italia arrivata in Germania con Baggio, Del Piero, Pirlo, Cannavaro. Anche la Germania la guardo e penso: quali sono ad alto livello in un grande club europeo ad incidere? Fanno bene, certo, ma i campioni sono come Matthaus, che va in Italia ad essere decisivo. Quando sono arrivato io era tutto al top, anche come preparatori tecnici, per dire, ma sembra che vi siate rilassati senza la capacità di cambiare".

Maldini ti ha chiesto consigli?
"Sì, abbiamo parlato spesso al telefono, gli ho raccontato la mia esperienza, ho fatto il tifo per lui, ho visto quanta grinta era pronto a mettere per la rifondazione del calcio italiano. Aveva le idee chiare, ma fin dall'inizio ho detto che devi sentire anche un sistema che sia disposto a seguirti, anche in misure che possono fare male. Lui probabilmente non ha sentito questo".

Stasera Francia-Italia: come finisce?
"Con la Francia non si sa mai, possono vincere anche 4-0 perché sono davvero forti. Così come lo è la Spagna oggi. Per Mancini all'inizio non è facile il lavoro, sarà difficile oggi".

Quando sei arrivato all'Inter - dove poi non hai giocato mai - ti saresti aspettato di rimanere 11 anni in Italia?
"Ero davvero felice, venire qua era un sogno anche se l'Inter mi disse che aveva già tre stranieri e che mi avrebbe trovato un club di Serie A (in B non si poteva). Avevo un contratto di tre anni ed ero davvero felice di poterci provare. La lingua perfetta in italiano? La mia fortuna è stata che sono andato subito ad Ascoli, dove nessuno parlava bene l'inglese. Allora ho capito che avrei dovuto impararlo, anche per conoscere qualche ragazza (ride, n.d.r.)".

II tuo italiano è davvero notevole.
"Ero talmente italianizzato quando giocavo qui che le cose spontanee le dicevo in italiano anche quando andavo in nazionale con la Germania: 'Dai, passami la palla!'. E poi è più bello essere arrabbiati in italiano. Dire le parolacce ed insultare in italiano è più bello, musicale, sembra meno grave (ride, n.d.r.)".

Sull'arrivo all'Udinese?
"Era una squadra che andava un po' su e giù, eravamo molto uniti, ci divertivamo molto, Sandro (Calori) era un grande capitano. Eravamo forti".

Rozzi, Pozzo e Berlusconi: differenze?
"Veniva lo spogliatoio e diceva: 'Mi avete rotto', poi congelava gli stipendi, era molto emozionale. All'inizio mi voleva mandare via dopo un paio di mesi, dichiarando: 'Bierhoff non giocherà mai più per l'Ascoli'. Un anno dopo invece disse: 'Bierhoff per me è come un figlio'. Un personaggio. Pozzo amava il calcio, era più tranquillo. Berlusconi non ho potuto conoscerlo bene perché era impegnato in politica, ma aveva grande mentalità. L'ho visto 2-3 volte con la squadra ed è stato sempre molto bello, anche se era Galliani quello più vicino alla squadra e più passionale. Anche ora sono sempre felice di vedere Galliani. Fu lui a convincermi velocemente ad andare al Milan".

Quel Milan era incredibile: chi era il vero leader in spogliatoio?
"Quando ho firmato c'era Capello allenatore, ma hanno cambiato prima della stagione e Zaccheroni portò un nuovo sistema di gioco. E mi colpì come giocatori che avevano vinto tutto si adattarono con grande umiltà, con ancora fame di dimostrare. Fino a metà stagione forse non pensavamo di poter vincere lo scudetto. Boban, Leonardo e Weah mi sembra che non fossero felicissimi con il nuovo sistema e Zaccheroni è stato bravo a parlare con la squadra per capire cosa cambiare. E tutto il gruppo aveva questa fame di tornare a vincere lo scudetto".

Sei stato al tavolo con i senatori, invitato da Maldini.
"Maldini era già in Nazionale: a chi oggi mi chiede chi ammiravo di più, dico sempre Maldini. Per la sua grandezza, professionalità, umiltà. Se Ziege voleva giocare a sinistra, Paolo andava a destra, era sempre a disposizione. Era bello stava a quel tavolo, anche divertente. Costacurta e Albertini mettevano sempre zizzania fra Boban e Rossi che discutevano sempre (ride, n.d.r.). Weah? Era molto riservato, stava su un altro tavolo. Lo rispettavo, sapevo che nel suo Paese poteva anche fermare una guerra per il peso che aveva".

C'è qualcosa nel nostro modo di vivere che continui a non capire?
"Che gli italiani non sono proprio pazzi per la puntualità rispetto ai tedeschi. Se qualcuno ti dice "fra 5 minuti", può essere che siano 10, 15 o 20. Però da voi ho imparato la flessibilità: non sarà sempre tutto organizzato alla perfezione, ma si trovano sempre soluzioni da voi. Non me ne sarei mai andato dall'Italia".

I centravanti come Bierhoff mancano nel calcio del 2026?
"Ci penso spesso, mia moglie mi dice: 'Ma quanto potevi valere oggi se non avessi smesso?'. Però lo dicevano anche i giocatori del passato quando giocavo io. Io ero intelligente, trovavo spazi, ero forte di testa e fiuto del gol. Penso che oggi manchi a tante squadre un attaccante così. Abbiamo imparato anche in Germania a giocare con tiki-taka e a volte serve un po' più freddezza".

Con la Germania Non si smette mai di essere calciatori?
"No. Ho iniziato dopo la carriera a fare il dirigente, inizialmente volevo dimostrare che noon sono più calciatore, ma dirigente e non mi allenavo con loro. Ma una volta Jurgen Klinsmann aveva bisogno di un uomo in allenamento e ci stavamo preparando alla sfida contro la Francia. Mi chiese di prendere in allenamento il posto che sarebbe stato di Henry. Mi divertivo ad allenarmi con loro".

Sempre da dirigente hai vinto il Mondiale nel 2014. Dopo hai pensato di smettere con il calcio?
"In quel momento avevo l'obiettivo di vincere anche l'Europeo del 2016. L'Italia di Conte? Avevamo paura, ma poi abbiamo vinto e ho pensato: questo è un segno, forse lo vinciamo il torneo. Poi mi sono chiesto quanto avessi ancora da dare perché era una responsabilità. Fino al 2018 non ci ho pensato, dopo il fallimento in Russia ci ho pensato. Ma ancora ci credevo, avevo forza di fare un cambiamento".

Mai avuto offerte da club italiani come dirigente?
"Fino ad ora no. Ho avuto sempre contatti con il Milan. Mi auguro che l'Italia possa tornare forte come campionato, dovrebbe diventare la seconda lega dopo la Premier come importanza".

Molti dei nostri club sono in mano a fondi stranieri.
"Ci sono sempre esempi buoni e altri meno. Da un lato è buono che ci sia gente disposta ad investire, abbiamo bisogno di investitori. Che possano fare scelte razionali, nuovi stadi, che sono importanti. Ma ci sono anche esempi di fondi che lasciano il caos in un club, purtroppo è così".

Il difensore più duro da affrontare?
"Contro Ayala penso di aver preso un'espulsione. Ho giocato contro argentini che sono bravissimi ragazzi, ma che in campo diventavano animali. Ogni tanto davo qualche botta anche io, oggi non si potrebbe più. Oggi è diventato un calcio più veloce, ma meno duro. Ai miei tempi entravi in spogliatoio con sangue sulle

Chi ti ha messo più in difficoltà?
"Jurgen Kohler, era educato a giocare a uomo. Maradona negli anni '90 aveva sempre un uomo al suo fianco e si sentiva in ogni campo che l'allenatore diceva: 'Se lui va al bagno, vai con lui'. Cito anche Cannavaro: era molto esplosivo e allora qualche botta la prendevi sempre".

Parli così di Cannavaro perché non ti è ancora andata giù la sconfitta nel Mondiale 2006?
"Io penso che però un po' di tempo sia passato... (ride, n.d.r.). Guardando indietro dico che sia stato giusto non vincere quel Mondiale, poi ci siamo presi il Mondiale 8 anni dopo. È stato un piccolo shock, quasi stavo per scendere dalla tribuna nel finale perché mi aspettavo i rigori. Ma avevate qualcosa in più, anche in termini di classe, è stata meritata per voi".

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