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Walter Lopez lascia il calcio giocato: "Nuova vita da intermediario calcistico"

ESCLUSIVA TMW - Walter Lopez lascia il calcio giocato: "Nuova vita da intermediario calcistico"TUTTOmercatoWEB.com
© foto di Carlo Giacomazza/TuttoSalernitana.com
lunedì 8 agosto 2022, 12:04Altre Notizie
di Luca Esposito

Ha appeso le scarpette al chiodo da poche settimane, eppure la voglia di fare una grande carriera nella sua nuova veste di intermediario calcistico è nettamente prevalente rispetto alla nostalgia del rettangolo verde. Dopo 20 anni nel professionismo e sette campionati vinti anche in piazze non facili, è anche giusto guardarsi indietro con entusiasmo e non con nostalgia pur con il rammarico di non aver giocato maggiormente in serie A e con la sua nazionale. Walter Lopez lascia il calcio e inizia una nuova avventura, facilitata anche dagli ottimi rapporti instaurati con decine e decine di dirigenti, procuratori, presidenti e giocatori. La redazione di TuttoMercatoWeb.com lo ha contattato telefonicamente per raccogliere le sue sensazioni:

Quando ha maturato l'idea di lasciare il calcio?
"Fino a poche settimane fa ero totalmente concentrato sui playoff con la Triestina, dispiace ancora pensare alla sconfitta in casa con il Palermo e al pareggio al Barbera al termine di una prestazione di un certo livello. Non posso dire che sia una scelta improvvisa, praticamente non ho più cartilagine attorno al ginocchio e dovevo salvaguardare la mia salute. Dispiace, certo, perché potevo fare un altro anno. Ma ora sono carico per la nuova avventura".

In che veste vedremo Lopez nel mondo del calcio?
"Sarò un intermediario sportivo e collaborerò con procuratori e società sperando di portare in Italia anche qualche talento sudamericano che ha necessità di esprimersi in un campionato comunque di livello come il nostro. Sono già in contatto con 3-4 società, cammin facendo deciderò se portare avanti un percorso autonomo o proseguire su questa strada. Ho maturato una certa esperienza nel mondo del calcio e questo mi aiuterà molto, ho una serie di rapporti che coltiverò giorno dopo giorno".

Inevitabile ripercorrere un po' le fasi salienti della sua carriera, specialmente dal suo arrivo in Italia...
"Devo dire che la doppia promozione con il Benevento regala sempre delle emozioni speciali, era una piazza che da tanto tempo desiderava il grande salto e noi riuscimmo a sovvertire ogni pronostico. Ma devo dire grazie a tutte le società in cui ho giocato: sono partito da Brescia nel 2003, poi ho indossato con orgoglio le maglie di Lecce, Spezia, Ternana, Salernitana. Togliendomi belle soddisfazioni".

Rammarico per come si è chiusa l'esperienza a Salerno?
"No, sento mia la promozione in serie A. La società fece un bel gesto, telefonandomi durante i festeggiamenti e inviandomi la medaglia dei campioni. Ho apprezzato. Si può dire quello che si vuole, ma quella proprietà era solida, di cuore e ha riportato Salerno in alto. Quando arrivai, nel 2019, trovai una situazione molto complicata. Proprio per questo passare dalla quasi retrocessione in C a ridosso del centenario alla fascia di capitano e alla promozione in A è una gioia doppia. Soprattutto in una piazza incredibile e straordinaria come Salerno. E' vero, andai via a gennaio e mi dispiacque, ma lasciai una squadra seconda in classifica e avevo giocato praticamente tutte le partite".

C'è un rammarico?
"20 anni di carriera e sette campionati vinti, sarei anche presuntuoso se parlassi di rimpianti. Certo, mi avrebbe fatto piacere giocare nella serie A italiana e indossare maggiormente la maglia della mia nazionale. Però la B che ho fatto lì era davvero di livello altissimo. Magari potrò essere utile all'Uruguay in questa mia nuova veste, avere un rapporto costante con la Federazione e con tanti talenti a caccia di una opportunità mi renderebbe orgoglioso".

Può raccontare qualche aneddoto?
"Potremmo star qui a parlare per tre giorni. Mi rimase impresso l'atteggiamento del pubblico del Benevento, paradossalmente festeggiarono di più dopo la vittoria del campionato di C che quando andammo in A. Evidentemente, dopo decenni d'attesa, quell'esplosione di gioia fu liberatoria".

Ha avuto due presidenti vulcanici come Vigorito e Lotito, che ricordi ha?
"Sono due passionali. Sapevano toccare sempre le corde giuste, in campo mettevi sempre qualcosa in più anche grazie a loro. Due personaggi così fanno bene al calcio, a volte la burocrazia non ha permesso di raggiungere livelli ancora più alti ed è un peccato, visto che lo sport necessita di persone serie e non di avventurieri. Estenderei questo discorso anche a Bandecchi".

C'è già qualche calciatore che si sente di consigliare a qualche squadra italiana?
"3-4 profili interessantissimi, ma preferisco non fare nomi. Ne ho parlato con qualche direttore sportivo, in alcuni casi mi hanno detto che non conoscevano questi calciatori e sono rimasto sorpreso. E' il loro lavoro, consiglio di seguire maggiormente i campionati sudamericani perché sono ricchi di talenti. A breve mi riprometto di incontrare qualche dirigente per proporre una sorta di collaborazione".

In Uruguay è pieno di talenti, perché in Italia dovrebbero scommettere su di loro?
"Mentre in Italia a 24-25 anni vieni considerato ancora giovane e acerbo, sbagliando, lì in Uruguay non si perde molto tempo: a 19 anni, se sei bravo, vai in campo e ti danno la possibilità di dimostrare il tuo valore. Significa che arriverebbero nel campionato italiano con un bagaglio d'esperienza tale da poter incidere da subito. Io spero di poter essere incisivo in questa nuova veste, perché conosco perfettamente il valore di moltissimi giocatori sudamericani e, allo stesso tempo, sono ben agganciato in Italia per tutte le conoscenze che ho acquisito nel mio percorso".

Cosa pensa del momento che vive il calcio italiano?
"Ci si meraviglia della sconfitta interna con la Macedonia, ma il campanello d'allarme suona da tanto tempo. Il quadro è chiaro: in Italia arrivano stranieri quando sono in età avanzata, mentre i giovani talenti italiani decidono di andare all'estero nel momento clou della loro carriera. Fino a quando non si investirà seriamente in infrastrutture e vivai parleremo sempre delle stesse cose, bisognerebbe seguire di più modelli come Atalanta, Spezia e Roma che sono un punto di riferimento anche per chi si appresta a fare il mio nuovo lavoro".

Torniamo alle sue ex squadre e alla Salernitana. Caso Mazzocchi, da che parte sta?
"Bisognerebbe ascoltare sempre le due campane. Da un lato c'è un giocatore che ha fatto un ottimo girone di ritorno e vorrebbe un riconoscimento anche economico in virtù di proposte più sostanziose che sono arrivate, dall'altro c'è una società che merita rispetto perché ti ha fatto sottoscrivere un contratto pluriennale a gennaio. Non è una situazione semplice da risolvere, ma per il bene di tutti bisogna affrontarla quanto prima perché il campionato è alle porte. Mazzocchi, però, quando ha firmato il triennale era perfettamente consapevole di quanto avrebbe guadagnato nelle stagioni successive a prescindere da quello che sarebbe stato il suo rendimento".

La sconfitta di ieri con il Parma fa suonare un campanello d'allarme. Squadra largamente incompleta, è d'accordo?
"Non bisogna mai dare troppo peso ai risultati della coppa Italia, nel bene o nel male. Ma è evidente ci sia da fare qualcosa sul mercato. L'anno scorso la salvezza miracolosa è nata soprattutto dal cuore e dallo spirito di ragazzi come Di Tacchio, Djuric e altri che venivano dalla B e sapevano trasmettere a tutti una mentalità vincente. Oggi è stata rivoluzionata la rosa e serve gente non solo forte, ma che sappia toccare le corde giuste. Auguro comunque ogni bene alla Salernitana".

C'è qualche giovane che reputa interessante? Ora si parla molto di Ederson...
"Spesso succede così: calciatori affermati nel proprio Paese vengono visti quasi come sconosciuti se arrivano in Italia. Per questo dico che i dirigenti devono seguire maggiormente i campionati sudamericani. Così, magari, prendi un calciatore forte a poco prezzo e lo rivendi alla grande realizzando plusvalenze per il club".

Allora si riparte, sotto un'altra veste...
"E sono carico e motivato. Il campo non mi manca, ho fatto il mio e sono orgoglioso. Sono arrivato in Italia nel 2003, fui subito titolare al Brescia. Ovunque sono andato mi sono tolto soddisfazioni e non posso guardare al passato con dispiacere. Ora sono intermediario calcistico e questo ruolo è fondamentale perché consente di essere un tramite tra le società, i direttori sportivi e i procuratori. E' un modo per allargare gli orizzonti, per rilanciare talenti che hanno solo bisogno di fiducia. Spero di essere all'altezza, darò il massimo con la grinta di sempre".

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