Il gelo del Nord e la fine (forse) di un ciclo: Guardiola e il Manchester City irriconoscibili
I tempi sono diventati cupi per il Manchester City e per Pep Guardiola. La sconfitta nel derby contro il Manchester United non è stata che l’ennesima ferita di una stagione che - come la scorsa - sta lentamente scivolando via senza infamia né lode. In Premier League l’Arsenal ha preso il largo, portandosi a sette punti di distanza e dando la sensazione di una corsa al titolo ormai sempre più sbilanciata. In Europa è arrivata una notte che rischia di diventare il simbolo del momento più buio dell’era Guardiola.
La trasferta in Norvegia contro il Bodo/Glimt doveva rappresentare l’occasione perfetta per rialzare la testa e blindare l’ingresso nel top-8 della Champions League, sinonimo di qualificazione diretta agli ottavi. Sulla carta un impegno abbordabile; in campo, invece, si è consumato un autentico incubo. Il City è stato travolto fin dai primi minuti, colpito a freddo (in tutti i sensi, viste le temperature) e incapace di reagire. Le reti di Kasper Høgh, autore di una doppietta che ha messo a nudo tutte le fragilità difensive dei Citizens, hanno spalancato le porte al disastro. A completare l’opera ci ha pensato Jens Petter Hauge, con un gol di rara bellezza a inizio ripresa che ha sancito la totale supremazia dei norvegesi. Il Manchester City lento, prevedibile, mai realmente pericoloso: un’immagine difficile da associare a una squadra che schiera giocatori come Rodri, Foden, Cherki ed Erling Haaland, quest’ultimo praticamente annullato e ridotto a comparsa.
Il gol di Rayan Cherki ha solo attenuato l’imbarazzo, prima che l’espulsione di Rodri spegnesse definitivamente ogni residua speranza di rimonta. Ma più del risultato, a colpire è stato l’atteggiamento. In conferenza stampa, Guardiola ha evitato qualsiasi autocritica profonda, parlando di episodi, di dettagli sfavorevoli, di mancanza di giocatori capaci di fare la differenza nell’uno contro uno. Parole che suonano sempre più come alibi, difficili da accettare se rapportate agli investimenti colossali effettuati dal club nelle ultime sessioni di mercato. Ed è proprio qui che nasce il dubbio più inquietante: il tecnico catalano sembra aver perso quella fame, quella ossessione per la vittoria che ha caratterizzato tutta la sua carriera. Al suo posto emerge una rassegnazione sottile, una sorta di accettazione passiva delle sconfitte, accompagnata da spiegazioni che non convincono più nessuno. Non quando alleni una delle squadre più costose, con una delle rose più profonde d’Europa.
In Inghilterra, la stampa non ha usato mezzi termini. Quotidiani e tabloid hanno parlato di umiliazione, di una delle peggiori serate dell’era Guardiola, di un City irriconoscibile e senza anima. Al di là dei titoli roboanti, resta una realtà difficile da ignorare: questo Manchester City non fa più paura. Non domina, non impone il proprio gioco, non reagisce alle difficoltà. La notte gelida in Norvegia rischia di essere ricordata non solo come una brutta sconfitta, ma come il simbolo di un ciclo che sta lentamente, ma inesorabilmente, arrivando al capolinea.











