Bisseck a 360° al Festival di Trento: "L'Inter, Inzaghi, Chivu, Klopp e quando volevo mollare"
TMWA Trento è iniziato il Festival dello Sport. Nel corso del panel "Il gigante nerazzurro" - tenutosi all’Auditorium di Santa Chiara - ha parlato il difensore dell'Inter e della Nazionale tedesca, Yann Bisseck. Di seguito le sue dichiarazioni raccolte da TuttoMercatoWeb.com.
Hai firmato fino al 2031: cosa ti fa stare bene e ti fa sentire a casa all'Inter?
"Molto semplice sentirsi a casa qua. Tutta la gente mi ha accolto a braccia aperte. Dirigenti, compagni, ma anche la città. Mi piace vivere Milano, c'è tutto. A Milano puoi solo essere contento e felice. A Milano puoi vivere bene, mangiare bene, divertirti fuori dal campo. Per me non c'è un secondo pensiero, volevo prolungare il mio contratto, mi hanno dato fiducia, sono orgoglioso di questo. Ora c'è tanto lavoro da fare".
Quanto puoi diventare grande tu e quanto può diventare grande l'Inter?
"Ho 25 anni, tanti difensori centrali a quest'età non sono ancora a questo livello, magari arrivano a 28 anni al prime. Penso di fare bene, provo a migliorare. Penso che siamo i più forti in Italia, ma è sempre facile parlare: dobbiamo dimostrare in campo di essere i più forti. E poi, alla fine: dobbiamo vincere la Champions, no?" Lo posso dire, vogliamo vincere la Champions, ci siamo stati vicini due volte. Una volta, dai (ride, n.d.r.). Sappiamo che siamo forti e che possiamo andare in fondo a questa competizione. Spero che avremo un'altra chance".
In cosa puoi migliorare?
"In tutto, non sono un giocatore perfetto. Fase difensiva, fare più gol, prendere meno gol. Si deve migliorare tutto: io personalmente e anche la squadra".
Idoli?
"Henry, volevo essere un attaccante! Come difensore, quando sono cresciuto dico Jerome Boateng. Era molto, molto forte. Anche Varane, il massimo".
Chi è più difficile da marcare in A?
"Per me sono sempre quelli che non devono toccare tanti palloni. Haaland non tocca palla per 89 minuti e poi la tocca 3 volte e ha fatto tripletta. Come difensore pensi: 'Non sta facendo niente, me lo sono messo in tasca'. E poi, tac. Sbagli una volta e perdi la partita".
Quando è difficile marcare Thuram, Lautaro, Pio Esposito?
"Abbiamo attaccanti molto forti, sono diversi ma tutti difficili. Ma dovresti fare questa domanda ai tifosi delle altre squadre".
C'è stato un momento in cui è stata così dura che hai pensato di lasciare il calcio?
"Quando ero in Portogallo c'è stato un periodo in cui ero spesso infortunato e ho pensato: "Ahia!". Dio mi ha dato una opportunità. Mi hanno aiutato la famiglia e gli amici che mi sono stati sempre vicini".
Ti eri appassionato a medicina.
"Sì, ma mi è passata (ride, n.d.r.). Se mi iscriverò di nuovo dopo il calcio? Penso di no".
La svolta è arrivata in Danimarca? Cosa è successo?
"Prima di arrivare in Danimarca penso di non aver fatto il massimo per il mio corpo, con la palestra. Prima il calcio era solo lavoro. Tu però devi essere calciatore 24 ore al giorno, l'ho capito in Danimarca e ora sono al 100% attento al mio corpo".
Bussa l'Inter, davvero hai pensato che fosse uno scherzo?
"Non uno scherzo, ma era un po' surreale. Quando giochi per 5 squadre in tre anni non ti aspetti che arrivi una squadra così grande. Pensavo di fare step by step. Pensavo di passare magari dalla Danimarca a qualche squadra in Bundesliga. Ma quando ti chiama l'Inter beh, vai e basta".
Hai chiesto di farti passare i dirigenti dell'Inter?
"Sì, perché non ci credevo. Mi hanno parlato e dato subito tanta fiducia ed è stato molto facile venire qua".
Qualcuno ti consigliava di fare prima uno step intermedio?
"Solo mio padre. Lui non ha capito come funziona la mia testa (ride, n.d.r.). Lui dice sempre di fare uno step, poi l'altro. Per me invece ogni tanto devi provare qualcosa, a volte vinci ed altre perdi, questa volta ho vinto".
Hai imparato bene l'italiano.
"Quando arrivo in un Paese è anche un segnale di rispetto imparare la lingua del posto. L'italiano mi piace. Poi non devi avere paura. Ora parlo davanti a 400 persone e so benissimo che il mio italiano non è perfetto. Ma questa paura va dimenticata. In spogliatoio poi ci sono tante cose in più che ti entrano in testa".
Qualche compagno ti ha dato lezioni di italiano?
"Solo per le parolacce (ride, n.d.r.)".
Hai imparato da grandi difensori al tuo fianco come De Vrij, Acerbi, Bastoni, da chi hai imparato di più?
"Hai dimenticato Matteo Darmian. Lui è quello dal quale ho imparato di più. È molto intelligente e ha facilitato il mio inserimento. Tutti gli altri sono di altissimo livello. Anche ora imparo ogni giorno da loro, ho solo 25 anni e ci sono tante cose che posso fare meglio. Ma con la fiducia di compagni, mister e società la strada è quella giusta".
Qual è la cosa sulla quale ti senti migliorato di più in Italia?
"Penso a livello tattico. In Danimarca era un po' più... caos. In Italia tutti e gli 11 giocatori sono insieme e devono funzionare come una macchina perfetta".
Le differenze fra Simone Inzaghi e Chivu?
"Non sono così diversi. Simone è molto 'emozionato', viveva la partita con noi. Avesse potuto sarebbe entrato in campo con noi. Anche Chivu è molto dentro alla partita ed agli allenamenti. Con lui il focus è un po' più sulla mentalità. Come attaccare l'altra squadra mentalmente, con le piccole cose. Alla fine però sono tutti e due allenatori bravi ed è stato un grandissimo piacere essere stato allenato da entrambi".
Ora l'Inter è più offensiva, aggressiva, è cambiata la mentalità? Chivu ha ricucito la ferita della finale di Champions persa?
"Ha fatto un grande lavoro. Non c'è un momento peggiore che prendere la squadra rispetto a quando lo ha fatto lui. Siamo la stessa squadra alla fine, non so se più offensiva, siamo molto costanti".
Che rapporto hai tu con gli errori in campo? Ci spieghi la teoria di dare colpe ad altre cose entro 5 secondi?
"Nella partita non hai tempo di pensare a qualcosa che è successo. Nessuno vuole fare errori, ma capita a tutti. Quando noi difensori sbagliamo è sempre gol. Per me la cosa più facile è dare la colpa a qualcun altro, ma solo nella mia testa eh! O ai tacchetti, all'erba. Quando giochi contro una squadra come il Real è meglio lasciare libera la testa, con me funziona benissimo. La teoria dei 5 secondi? Me l'ha insegnata il mio primo allenatore in Danimarca. In 5 secondi massimo devi dare la colpa a qualcos'altro, come i tacchetti".
Nessun errore fatto in questi anni all'Inter ti è rimasto addosso più di 5 secondi?
"Sì, uno".
Quello con la Lazio con cui hai causato un rigore?
"Sì".
Ma era rigore per te?
(Bisseck fa una faccia dubbiosa e non risponde, n.d.r.).
Come te lo sei lasciato alle spalle?
"Non c'è altra cosa da fare, la stagione dopo stava arrivando così come la finale di Champions, dovevamo stare sul pezzo. Naturalmente ha fatto male. Avevamo fatto una buonissima gara. Ricordo sempre che ho fatto gol, perché mi dispiace per la mia squadra e i miei tifosi. Nel calcio e nella vita ci sono momenti che fanno male. Questo momento mi ha fatto però crescere di più. Non sono contento che sia accaduto, ma fra 10 anni spero di poter dire di essere cresciuto tanto".
Klopp è così magnetico come dicono?
"Sì, anche al telefono ha quella energia... oggi si dice "aura". La sua aura è impressionante, quando ti parla ti senti meglio. Lui ride sempre e ti trasmette energia. E come allenatore sa bene cosa sta facendo. Sono molo fiducioso che la Germania possa tornare al livello cui siamo abituati".
Ti ha chiamato al telefono?
"Ero il giorno dopo di Udine, ma stavo dormendo credo. Dopo l'allenamento ho fatto una chiamata breve, ero molto, molto contento. Tornare in nazionale a 25 anni è lo step giusto, ma voglio conquistare altre chiamate. Ora devo fare il mio lavoro qua (all'Inter, n.d.r.)".
Quando ti chiedono di dove sei, cosa rispondi: tedesco o camerunese?
"Tutte e due. Sono nato e cresciuto in Germania e ho dentro tante cose tedesche, ma devo anche pensare da dove vengono i miei genitori, che mi hanno insegnato tante cose che sono parte della cultura africana. Se mi chiedono dico sempre che sono tedesco e camerunese".
Come vivi il dibattito sul razzismo?
"Come calciatore la gente ti vede sempre in tv: se sbagli ci sono milioni di persone che ti vedono sbagliare. Loro non hanno bisogno di mostrare la faccia e per loro è facile prendere il telefono e scriverti cose anche razziste, a me è successo. Ma non ho tempo né spazio nella testa per la stupidità. Il razzismo esiste ed esisterà sempre. Non so perché, la vita è così. Ma per me il 99% della gente è brava. Certo, ho vissuto cose anche non così belle. Più facile a dirsi, ma non si può mettere la testa su questo 1% di gente. Non penso che sia l'Italia ad essere razzista".
La tua categoria come calciatore dovrebbe pronunciarsi di più sul razzismo?
"Questo è difficile. Tutti devono fare quello che pensano sia la cosa giusta da fare. Non c'è una strada giusta, è difficile. Molto complicato rispondere".
Senti la responsabilità di rappresentare una nuova Germania, multietnica?
"Per me non è un problema rappresentare una nuova Germania, ma non sono convinto che sia possibile avere tutte le persone in un Paese con lo stesso pensiero. Noi dobbiamo però provare a fare qualcosa".
Tu sei stato vicino a giocare per il Camerun? Eto'o ti voleva?
"Lui mi voleva, ma non ci ho pensato di giocare per il Camerun, avevo fatto tutte le Under della Germania e avevo in testa solo di giocare con la Germania".
Sei tifoso dei Philadelphia 76ers in NBA e ti piace Joel Embiid ed il suo motto "trust the process". Perché ti sei legato a questa squadra?
"Ho cominciato a tifare Filadelfia perché quando l'ho fatto erano molto scarsi. Ed ho pensato: se inizio a tifarli ora, allora quando vinceranno potrò dire di averli sempre tifati".
Ti abbiamo visto sfilare per moda a Milano.
"Sì, ma ora basta (n.d.r.)".
Quanto è importante per te avere altre cose oltre al calcio cui ti interessi?
"Essere un calciatore ti apre tante possibilità. Dopo il calcio voglio fare qualcosa con il mio nome. Non voglio che tutti sentano Bisseck e pensino solo al calcio. Magari farò qualcosa in Camerun, in Africa, per mandare bambini a scuola. Quando hai un nome è più facile farlo".
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