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Ecco, la musica è finita e «Slavina» si è dimesso. Il pensiero di Roberto Beccantini

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Redazione TMW
venerdì 3 aprile 2026, 07:20Altre Notizie
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03.04.2026 07:20Altre Notizie
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Ecco, la musica è finita e «Slavina» si è dimesso.
O meglio, ha capito che avrebbe dovuto farlo.
Meglio ancora, l’hanno costretto a farlo. In carica dal 2018, campione d’Europa nel 2021, paga – a 72 anni – due bocciature mondiali su tre (non la prima, riconducibile alla ditta Ventura-Tavecchio); un sacco di riforme millantate e tradite; l’uscita sulla gaffe di Arianna Fontana «sciatrice» e degli sport «dilettantistici».
Con lui, via Gattuso e via Buffon.

Non è la soluzione dei problemi. E’ un atto.
E’ un passo.
Adesso il popolo re è nudo: non ha più alibi. Gabriele Gravina non è nostro padre: è nostro figlio. Venne eletto con maggioranza bulgara e i giornalisti – non tutti, per fortuna – lo hanno sopportato, se non addirittura supportato, sino ai rigori di martedì.
Ci fosse andata bene, sarebbe ancora lì.

Il 22 giugno sceglieranno il nuovo Capo.
Si parla di Abete (c’era una volta) o di Malagò («non» ci sarà mai una volta?). Non dispiace l’idea di un Maldini, di un Baggio, di un Del Piero. Ma a che titolo? Con che potere? Siamo sempre lì. A un ventennio fa. I vivai, la serie A a 18 squadre, il professionismo arbitrale, gli stadi di proprietà: copia e incolla.
Mi piacerebbe che la «cantera» tornasse al calcio di strada caro a Cruijff. Che i bambini venissero tarati per come dribblano e non per come fanno l’elastico. La qualità rimane – o almeno dovrebbe rimanere – la prima bussola. Non mi illudo. Così come credo che il ct sia l’ultimo dei grattacapi. Con il ballottaggio Totti-Del Piero, Lippi vinse il Mondiale. Senza, quattro anni dopo, uscì al primo turno. Girano i ritorni di Conte e/o Mancini. Siamo un Paese che si attorciglia su sé stesso. Vorremmo restare giovani, ma i giovani non li facciamo giocare.

Tre k.o. di fila non sono più un episodio: sono una tendenza.
I miracoli riescono a Castel di Sangro, ammesso che fossero miracoli.
Adesso, però, cavoli nostri.

Fonte: ROBERTO BECCANTINI - BECK IS BACK www.beckisback.it

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