Il romanzo di "Tartufone", i settantadue anni di Barbadillo, l'Apache dalle gambe storte che stregò l'Irpinia
Ci sono storie che solo il calcio degli anni Ottanta sapeva tessere, fili invisibili che univano la polvere di Lima con la nebbia e la passione della provincia italiana.
Quella di Geronimo Barbadillo è una splendida favola romantica, il 24 settembre l'indimenticabile ala destra peruviana spegne le candeline, e per tutti i romantici del pallone è l'occasione perfetta per sfogliare l'album dei ricordi di un'icona assoluta del nostro calcio.
Nato guerriero per sfuggire all'ombra del padre
Geronimo nasce a Lima il 24 settembre 1954, il nome non è un caso, i genitori scelgono quello dell'ultimo, indomito capo indiano Apache, quasi a predirne il destino battagliero sul rettangolo verde.
Barbadillo è un figlio d'arte, suo padre Guillermo era una stella dell'Alianza Lima e della Nazionale, proprio per questo il papà lo voleva medico, temeva i troppi paragoni.
Ma il richiamo del pallone è troppo forte e il giovane Geronimo, pur di giocare, firma clandestinamente il suo primo cartellino a soli 16 anni grazie alla complicità della nonna.
Il mito di "Patrulla" e la maglia ritirata in Messico
Prima di sbarcare in Europa, l'ala peruviana incanta il Sudamerica, con il Difensor Lima conquista la Coppa "Simon Bolivar", per poi trasferirsi in Messico al Tigres de la UANL.
Lì diventa una leggenda vivente, in sette stagioni conquista due campionati e una Coppa del Messico, segnando oltre sessanta gol.
In Messico e in Perù lo chiamano tutti "El Patrulla", il motivo? La sua clamorosa somiglianza con Clarence Williams III, l'attore protagonista della serie tv Mod Squad (arrivata in Sudamerica come "Patrulla Juvenil"), un poliziotto dai capelli afro voluminosi che inseguiva i malviventi a tutta velocità.
Il legame con il Tigres è così viscerale che il club decide di compiere un gesto all'epoca rarissimo, ritirare per sempre la maglia numero 7 in suo onore.
L'intuizione di Sibilia e l'amore con Avellino
Nell'estate del 1982, dopo averlo ammirato con la maglia del Perù ai Mondiali di Spagna, il leggendario e vulcanico presidente dell'Avellino, Antonio Sibilia, decide di portarlo in Irpinia.
Al loro primo incontro, il Commendatore lo squadra e sentenzia in perfetto dialetto:
«Cumpà, tieni e' gambe storte ma va bbene ppe' fa e dribbling. Ci sta sul nu' problema: te aià taglià e' capill'!».
Barbadillo i capelli non se li taglierà mai, e quelle gambe arcate diventeranno lo spauracchio di tutte le big di Serie A.
In Irpinia, complice la bizzarra capigliatura afro e il celebre spot televisivo dell'epoca, i tifosi lo ribattezzano affettuosamente "Tartufone".
Per tre stagioni a tinte biancoverdi, Geronimo è il re indiscusso del Partenio, giocate rocambolesche, assist al bacio e finte ubriacanti che trascinano la squadra a salvezze storiche nella massima serie.
Gli ultimi anni e il buen retiro in Friuli
Nel 1985 lascia il nido irpino per trasferirsi all'Udinese, in Friuli gioca due stagioni (una in A e una in B), prima di scegliere una traiettoria romantica per la fine della sua carriera, scendendo di categoria prima alla Sanvitese in Serie D e infine al Milland, squadra di Bressanone con cui appende definitivamente gli scarpini al chiodo.
Icona intramontabile di un bellissimo calcio pane e salame, Barbadillo ha scritto pagine indelebili anche con la sua Nazionale, dal 1972 al 1985 veste la maglia del Perù per 20 volte, segnando 3 reti e sollevando al cielo la gloriosa Coppa America nel 1975.
Oggi quel ragazzo dalle gambe storte e dai riccioli ribelli compie gli anni, ma per chi lo ha visto correre sulla fascia, il tempo non è mai passato.
Buon compleanno, Tartufone!
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