Un sorriso grande così e i piedi da 10, il mito intramontabile di Franco Mancini nel giorno del suo compleanno.
Redazione TMW
Se oggi i portieri moderni giocano a trenta metri dalla porta e impostano l'azione con i piedi come registi aggiunti, il merito è anche di un pioniere assoluto che ha anticipato il futuro di trent'anni, nel giorno in cui avrebbe compiuto cinquantotto anni, il calcio italiano si ferma per ricordare Francesco "Franco" Mancini, l'indimenticabile estremo difensore del "Foggia dei miracoli" scomparso improvvisamente il 30 marzo 2012, lasciando un vuoto incolmabile in tutte le piazze in cui ha militato.
Il portiere-libero che sfidò le leggi della fisica
Nato a Matera il 10 ottobre 1968, Mancini non è stato un portiere qualunque. In un calcio italiano ancora ancorato alla figura dell'estremo difensore che presidiava esclusivamente la linea di porta, lui scelse di seguire l'istinto e la rivoluzione, dotato di una reattività prodigiosa tra i pali a dispetto di un'altezza non colossale, Mancini divenne celebre per le sue uscite spericolate fuori dall'area di rigore, i dribbling millimetrici sugli attaccanti avversari e una capacità innata nel giocare il pallone con i piedi.
Qualità che lo resero il partner calcistico perfetto di Zdeněk Zeman. Il tecnico boemo trovò in quel ragazzo del Sud il pilastro fondamentale su cui edificare la leggenda di Zemanlandia, un portiere capace di accettare l'uno contro uno in campo aperto e di coprire le spalle a una difesa costantemente proiettata in attacco.
Dalla terra di Puglia ai palcoscenici di Serie A
La sua epopea calcistica resta legata a doppio filo alla maglia del Foggia, vestita per ben 235 volte tra il 1987 e il 1997. Con le Satanelli visse gli anni d'oro della massima serie, sfiorando una clamorosa qualificazione in Coppa UEFA e regalando spettacolo su tutti i campi d'Italia. Le sue prestazioni mai banali attirarono l'attenzione dei grandi club: nel 1995 rispose alla chiamata della Lazio, prima di trasferirsi al Bari (con cui disputò tre stagioni ad altissimo livello in Serie A) e successivamente al Napoli, dove visse da protagonista gli anni difficili della rinascita a inizio millennio.
Una volta appesi i guantoni al chiodo, il richiamo del campo e del suo mentore fu troppo forte. Mancini tornò al fianco di Zeman in veste di preparatore dei portieri, trasmettendo la sua filosofia ai giovani prima a Foggia e poi a Pescara, nell'anno della magica promozione in Serie A firmata dal trio Immobile-Insigne-Verratti, interrotta per lui a un passo dal traguardo da un infarto fatale a soli 43 anni.
Tra guantoni e bacchette: il ricordo eterno
Oltre al calcio, la vita di Mancini era scandita dal ritmo della sua amata batteria e dalle note della musica reggae. Un personaggio solare, ironico, profondamente umano, che sapeva sdrammatizzare le tensioni del calcio professionistico con un sorriso e una battuta.
Oggi, a distanza di anni, la memoria del "Mancio" resta più viva che mai. Lo testimoniano i tifosi del Foggia, che gli hanno intitolato la Curva Nord dello stadio "Pino Zaccheria", e quelli del Matera, che hanno dato il suo nome alla gradinata principale del proprio impianto. Perché Franco Mancini non è stato solo un grande numero uno, ma il simbolo di un calcio romantico e coraggioso che non tornerà più.
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