Malagò commissaria Malagò: come salvare capra e cavoli senza prendersi sul serio. Abodi sconfitto, ma pure Marotta. Ora faccia le riforme e poi - forse - si faccia rieleggere
Ennio Flaiano diceva che la situazione politica in Italia è grave ma non è seria. Era il 1956: settant’anni dopo, non è che le cose siano cambiate granché. Giovanni Malagò in versione commissario succede a Giovanni Malagò presidente della Federcalcio: cambia la carica, non il titolare. E sarebbe anche stata la soluzione più logica di questa faccenda, per quanto tirata fuori da una soap opera bizantina - più che italiana - se non fosse che per un mese tra lui, il presidente del CONI Luciano Buonfiglio e il ministro per lo Sport e per i Giovani, Andrea Abodi, se ne sono dette di ogni.
La soluzione trovata questa mattina a Palazzo H è, di per sé, una strada intelligente: l’elezione di Malagò era invalida, sì, ma per una pura questione di forma. Un cavillo, l’assenza di una tessera federale che chiunque può fare in pochi minuti e che lo stesso imprenditore romano avrebbe potuto ottenere senza alcun problema. Malagò, lo scorso giugno, era stato eletto con un autentico plebiscito, e nessuno si era posto davvero il problema di questa formalità: sostenere che inficiasse la bontà di quelle elezioni era, semplicemente, fuori dal mondo. Con la soluzione di fare di Malagò il commissario di se stesso, il CONI salva capra e cavoli: Buonfiglio negli ultimi giorni ha capito che, tra Giunta e Consiglio, gli sarebbe franato il terreno sotto i piedi e avrebbe spaccato lo sport italiano. A quel punto, sarebbe entrato a piedi uniti il governo: avrebbe commissariato il CONI, e poi di conseguenza la Federcalcio. Nelle ultime settimane, peraltro, il presidente del CONI aveva anche cercato una sponda nella Serie A, che invece ieri ha appoggiato - dopo un confronto durato ore tra i suoi dirigenti, come vi abbiamo raccontato - Malagò in modo molto netto. Da qui la soluzione che, più o meno, accontenta tutti, compreso lo stesso Malagò, che si tiene il controllo della Federcalcio, per di più con poteri ancora più ampi, seppur per poco. Meno i tifosi, che per un mese non si sono capacitati di una questione da assemblea di condominio e ora la vedono risolta nel modo più lunare possibile.
A uscire sconfitto da questa vicenda è, soprattutto, il governo. Nel titolo abbiamo indicato Abodi, perché più di tutti ha parlato - a microfoni accesi o spenti - del caso. Ma in realtà Malagò sta antipatico a tanti esponenti dell’esecutivo, da Giorgetti a Mantovano: dal presunto (e francamente mai credibile) divieto di pantouflage alla questione del tesseramento, sottile ma con più fondamento, hanno provato in tutti i modi a prendersi il pallone, e ora si ritrovano con un pugno di mosche e senza possibilità di intervenire. Restano, va detto, i soggetti che decidono come si spartiscono i soldi in Italia: non è un dettaglio. Come non è un dettaglio che la dura presa di posizione maturata ieri in Serie A porti soprattutto le firme di Aurelio De Laurentiis, Saverio Sticchi Damiani e Mauro Baldissoni. Non di Beppe Marotta e Luca Percassi, cioè coloro che per primi avevano lavorato alla candidatura di Malagò, e poi forse se ne sono un po’ pentiti. Nei primi tre mesi di presidenza, ha fatto una serie di scelte che hanno scontentato tutti: Mancini, Bianchedi, la rottura prematura con Infantino. Il presidente dell’Inter, per distacco il più bravo e più importante dirigente calcistico italiano, pensava forse di poterlo controllare, e invece ha scoperto di non riuscirci affatto. Così, negli ultimi tempi, pur esprimendo formalmente tutto il suo sostegno a Malagò, l’ha sempre fatto in modo molto equilibrato e curandosi di cucire strade alternative: non aveva proposto lui l’idea Galliani - che anche per ragioni anagrafiche non può controllare affatto -, ma tutto sommato se la sarebbe fatta andare bene. Ora, convivrà ancora a lungo con Malagò.
Ecco, il punto è questo: fino a quando? Nel mandato del CONI c’è una data: entro il 31 gennaio 2027 vanno celebrate le nuove elezioni per la presidenza della FIGC. E qui urgono due considerazioni. La prima: sono più di tre mesi, e significa un sacco di tempo. In 100 e passa giorni, con i poteri del presidente e del consiglio federale, Malagò potrebbe fare le riforme che aspettiamo da una vita. Abbiamo già buttato un sacco di tempo con questa vicenda, ora potrebbe accelerare, e non avrebbe bisogno di particolari appoggi. La seconda: cosa farà la Serie A da qui a gennaio? A giugno ha scelto Malagò e logica vorrebbe che lo sostenesse ancora, ma di lì in poi è sembrata molto meno convinta di questa decisione. Se non dovesse appoggiarlo, sarebbe un colpo di scena clamoroso. E confermerebbe che non sappiamo proprio prenderci sul serio.
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